Siamo tutti ciechi (ma lo sanno solo le persone più intelligenti)



C’è una storia indiana che spiega molto più di mille parole quello che succede ogni giorno a decine di persone in contesti aziendali complessi.

All’arrivo di un elefante in un villaggio, quattro persone cieche si riunirono per esaminare l’animale.

Il primo di loro toccò la proboscide e disse: “questo è un gran serpente”.

Il secondo toccò una zampa e disse: “non è un animale ma un grande albero”.

Il terzo toccó una zanna e disse: “quello che sto toccando è liscio e duro come una lancia”.

Infine la quarta accarezzó un orecchio e disse: “è un ventaglio”.

Per risolvere la disputa un abitante disse: “avete tutti in parte ragione, ma avete descritto soltanto parti della verità senza arrivare a capire l’essenza di quello che sono una volta messe insieme”.

Se appartenete a una funzione in una grande azienda che ne ha molteplici, allora probabilmente state toccando con mano una “verità” che è solo una frazione del tutto.

Come diceva un vecchio detto: “esistono tre verità: la mia, la tua e… la verità”.

Esserne consapevoli è il primo passo per sviluppare il pensiero critico, allargare la visione e comprendere meglio i propri punti ciechi e le verità degli altri.

È un tema di agilità intellettuale, ed è fondamentale perchè distingue le persone intelligenti (e chi ha una visione “sistemica”), da tutti gli altri…

La verità dei “migliori”…

“Vorresti essere ovunque, ma non puoi”: Roger Federer lo ha detto con la sua consueta eleganza.

Juan Carlos Ferrero (allenatore del numero due del tennis Carlos Alcaraz) è stato più diretto: “Per essere il migliore della storia, devi essere uno schiavo.”

E Rafael Nadal, che ha fatto la storia e che di sacrifici ne sa qualcosa, ha messo il punto: “Se ti sembra di sacrificare troppo, non ci arriverai perché ti sentirai esausto prima del traguardo.”

Nello sport ma anche nel mondo del lavoro e nella vita, spesso usiamo parole come equilibrio, benessere o work-life balance pensando che possano essere applicate a tutti i livelli.

In parte è così ma da un certo punto in poi, in tutti i settori, la verità è scomoda: le prestazione ai massimi livelli hanno un prezzo che non tutti sono disposti a pagare.

Si tratta di scegliere quanto si è disposti a dare, per ottenere ciò che si vuole dal punto di vista professionale.

Non c’è una scelta giusta e una sbagliata ma la consapevolezza che, se si sceglie la strada delle performance, i sacrifici sono enormi a prescindere dal “campo” in cui si decide di giocare.

Ispirazione dalla mini-serie Netflix “Carlos Alcaraz” che racconta la vita di un 22enne in bilico fra sacrificare tutto per diventare “il numero uno” e godersi uno dei momenti più spensierati della vita.

Se non sei valorizzato, non è detto che tu non valga…



La stessa persona con le stesse capacità o caratteristiche può brillare in alcuni contesti e finire in uno scantinato in degli altri.

Spesso succede di passare da uno stato all’altro anche all’interno dello stesso ambiente…

Steve Jobs fu licenziato dal suo stesso consiglio di amministrazione (peraltro composto da persone infinitamente meno talentuose di lui).

E se è successo a qualcuno che ha contribuito a cambiare il mondo tecnologico a livello globale, perché ci dovremmo stupire quando accade a noi?

Ps: Steve Jobs, una volta licenziato, cambiò ambiente, fondò “Next” e insieme alla storia del mondo “tech” riscrisse anche quella del significato di “fallimento”.

Non si fece scoraggiare e andò avanti: conscio delle sue capacità, fece “il gioco lungo” e costruì un ambiente adatto a sé. Cosa che in qualche misura possiamo fare un po’ tutti.

Le persone si dividono fra quelle che imparano dai propri errori e quelli che profondono energie enormi per tentare di nasconderli…



Alla prima categoria appartengono i talenti, i caparbi intellettualmente agili, quelli che sanno che per fare dieci passi avanti bisogna essere disposti a farne almeno trenta indietro.

Quelli che ci provano e ci riprovano, quelli per cui “non è mai troppo tardi”; i possibilisti razionali, gli “ottimisti flessibili” di Seligman, quelli che riescono a prendere la decisione migliore dopo averne provate molte.

Quelli che sono disposti a mettere in discussione non solo lo status quo ma anche il proprio “status”.

Quelli che credono che a un mondo migliore si arrivi solo a forza di errori da cui si è imparato qualcosa.

Sono i visionari pragmatici: quelli che muovono l’innovazione e che lavorano per prepararsi al mondo che verrà.

Alla seconda categoria appartengono tutti gli altri: persone che avrebbero potuto essere come i primi ma che per mille ragioni si sono fatti condizionare dal contesto, coltivando la paura di sbagliare e sviluppando la capacità di nascondere o di nascondersi.

L’ambiente in cui siamo ci condiziona ma non c’è mai una buona scusa per rimanere in luoghi dove la caccia all’errore è al centro del dibattito quotidiano (e dove il silenzio alimenta questo tipo di cultura).

L’alternativa è continuare a sbagliare e contribuire a costruire un posto in cui “errare è umano”… e funzionale alla crescita individuale e collettiva.

Una caratteristica dei “numeri uno”



La passione per raggiungere l’eccellenza insieme all’impegno e alle capacità sono un’ottima base per diventare dei punti di riferimento nel proprio settore.

La passione ti motiva a imparare di più, ad acquisire competenze e a diventare sempre più bravo: condizioni che, con un bel po di “olio di gomito”, possono portarti a fare tantissime cose e ad avere un discreto successo nel tuo campo.

Puoi arrivare a essere riconosciuto come un “esperto” e una persona “rilevante”… ma se vuoi entrare nella cerchia ristretta dei più bravi, devi risalire all’essenza.

Negli anni ho trovato che molti professionisti di altissimo livello hanno alcune cose in comune:

– riescono a essere se stessi,
– riescono a divertirsi in quello che fanno
– imparano a non prendersi troppo sul serio.

Non è un’opinione assoluta (Andre Agassi arrivò ad essere il numero uno nel tennis odiandolo a morte), ma è senz’altro qualcosa che caratterizza spesso chi ha “una marcia in più”.

La motivazione, la passione, lo studio costante e l’apprendimento continuo sono tutti elementi fondamentali per raggiungere alti livelli… ma il “next step”, si raggiunge solo attingendo alla propria essenza, portando quello che si è in quello che si fa, e trovando o ritrovando la propria dimensione ludica (a partire dalla propria consapevolezza e da quella parte sana di confidenza nelle proprie capacità).

Post ispirato da un video di Gabby Thomas (vincitrice di tre medaglie d’oro nelle ultime olimpiadi), che improvvisava un balletto insieme a un’altra campionessa durante un allenamento.

Se non impari a lavorare la terra, nessuna villa ti sembrerà troppo grande…



A lavorare la terra l’ho imparato da mio nonno, il resto nell’accumulo di beni inutili e nella lettura della filosofia e dello stoicismo che è venuta in tarda età: quando l’ingegneria e le materie scientifiche non mi sono state più sufficienti a spiegare la complessità del mondo e dell’esistenza umana… o a dare un senso più profondo allo “stare” nella vita quotidiana.

Più si va avanti e più “possedere” stanca.

Stanca l’accumulo, stanca la manutenzione di cose che non usi, stanca il “mood” dell’arrivismo che devi coltivare per avere sempre di più.

Stanca la mancanza cronica di tempo per godere non solo di quello che ottieni con quello che guadagni, ma anche delle piccole cose (disponibili con molto meno sforzo).

Stanca guardare gli anni che passano spesi in attività a scarso valore aggiunto e a fare cose che non ricorderà nessuno, in una corsa perenne che mette in fila come pedine di un domino, giorni che sembrano tutti uguali.

Stanca anche l’ego: compagno inevitabile di chi vuole distinguersi ma arma che ferisce più spesso di quanto serva per progredire davvero.

Stanca anche quella velocità che ti dà adrenalina ma che toglie fiato ed energie per cogliere il valore delle piccole cose come quella di lavorare la terra, sporcarsi le mani, godere di un pomeriggio di sole, contribuire a far crescere qualcosa e aspettare i frutti mentre si piantano semi senza la certezza del raccolto.

Già 2000 anni fa gli stoici dicevano che non è il lusso a nobilitare la vita, ma l’allenamento interiore che rende capaci di godere del poco e di non perdere la testa a rincorrere il molto.

E dicevano anche che “chi non sa trovare senso in un gesto semplice, non lo troverà nemmeno in cento privilegi”.

Anche quando abbiamo “cento privilegi” (e ognuno di noi ne ha molti), dovremmo sempre allenare la capacità di vedere bellezza nelle piccole cose. È un’abitudine da coltivare, un gesto controintuitivo e a tratti quasi “sovversivo”.

A me lo ha insegnato mio nonno che di privilegi non ne ha mai conosciuti ma che dopo la guerra mangiava pane e vino, coltivava orti e praticava arti semplici molto prima che io iniziassi a leggere di filosofia dopo una multi-carriera “scientifica”.

L’ansia del tempo (#33-2025)

Prendere decisioni razionali quando siamo travolti dagli stimoli è estremamente controproducente.

La “cecità temporale” indotta da miriadi di task da completare in frangenti ridotti, intralcia il nostro senso del tempo e di efficacia.

Eppure ci sono alcuni trucchi che possono contribuire a farci vivere il rapporto con “l’ansia del tempo” in modo un po’ più funzionale.

Con un mix di suggestioni, strumenti utili e riflessioni profonde sul rapporto che abbiamo con “la risorsa più preziosa che possiamo spendere”, l’autore di questo saggio allarga la prospettiva in direzioni anticonvenzionali.

Restituisce qualche riflessione scomoda, spostando l’asse della discussione su un piano personale e sottolineando quanto la pressione dell’ambiente esterno sia solo una parte del problema.

Uno dei punti fondamentali è che molto del rapporto che abbiamo col tempo dipende da noi e dalla nostra capacità di regolarci, darci dei limiti e osservarci in quello che facciamo col pilota automatico ogni singolo giorno.

Le regole del tempo sono spesso frutto di schemi neurologici che abbiamo consolidato; frutto di comportamenti legati a senso del dovere o senso di colpa che vengono da educazione, esperienze o vissuto.

Abbandonare questi schemi, rinunciare al perfezionismo, darci più tempo, imparare l’arte di fare “quel che possiamo” e accettare i nostri limiti e vulnerabilità sono alcune delle chiavi possibili per diminuire l’ansia, evitare di sentirsi sempre sotto pressione e liberare quel potenziale naturale che si sprigiona quando la mente si ferma, si calma e ragiona lucidamente per decidere in autonomia “quando è abbastanza”.

Un saggio interessante per smontare il “mito dell’urgenza”, smettere di usare il “pilota automatico” e riappropriarci di quelle facoltà cognitive che ci consentono una vita più consapevole e meno stressante.

“Perché la leadership con le persone di ieri, non funziona oggi”



A dire il vero non funzionava neanche prima, ma un tempo si poteva “scendere in campo” armati di battipanni ed essere autorizzati (talvolta incentivati), a utilizzarli in modo proporzionale alla propria posizione nella scala di comando.

Oggi ci stiamo liberando lentamente dai titoli e quasi completamente da attrezzi da battaglia…

Eppure c’è chi proprio non ce la fa e fa fatica a comprendere che se non si è pronti a mettersi a nudo e lasciare mostrine e armatura a terra, il battipanni si vede.

Si vede anche quando è nascosto: si vede nei gesti e le persone lo percepiscono a livello psicosomatico.

È evidente nelle riunioni, nei silenzi, negli assensi poco convinti, nel tono di voce di quando le persone annuiscono o dicono frasi di circostanza senza essere coinvolte.

Non importa essere degli esperti di neuroscienze e linguaggio del corpo (anche se è molto utile studiarli): il battipanni si “sente” anche quando attraversando il corridoio, l’aria passa sotto l’abito e produce quello “swisch” di quando l’oggetto reale prende velocità prima di colpire..

Se quel battipanni che qualcuno vi ha insegnato a brandire, a tenere e a conservare, non lo buttate definitivamente via rinnegandolo completamente dopo aver camminato sul sentiero di Santiago a piedi nudi, tutti se ne accorgeranno.

Non ve lo diranno mai… ma anche quelli che pensate erroneamente siano meno “smart” (state soffrendo ancora della sindrome di “Dunning-Krueger”), ne avranno chiara la forma, le dimensioni e la consistenza.

La paura di sbagliare crea luoghi in cui non si impara…



Ricordo bene i momenti della mia carriera in cui ho imparato di più.

Sono stati momenti in cui ho dovuto affrontare sfide più grandi di me e in cui, supportato dall’organizzazione, ho accettato progetti apparentemente ben al di là delle mie capacità di gestirli.

In poche parole: momenti in cui mi sono trovato in difficoltà e ho dovuto concentrarmi sulle mie migliori risorse anziché sprecarle per fingere sicurezza rimanendo in acque calme (come sarebbe accaduto in un momento successivo quando avrei acquisito dei titoli formali).

Il punto è che se si spendono energie per non sbagliare, non è possibile trovare quelle giuste per imparare dagli errori e innovare.

Si cresce in ambienti con ostacoli, esponendosi e sfidando le proprie capacità con la possibilità di farlo senza conseguenze: quello che raramente avviene in aziende conservatrici, in cui ci si trova costretti in ruoli da cui si fa fatica a uscire (anche perché, diciamocelo, farlo non è proprio “privo di rischi”).

Gran parte delle organizzazioni sono macchine perfette per non sbagliare, hanno una percezione del rischio “negativa” (al contrario delle start up che ne fanno un passaggio fondamentale per migliorare) e tendono a limitare le persone, inducendole a fare il minimo indispensabile e a stare in confini precisi per limitare eventuali danni.

Cause e conseguenze sono ovvie: si baratta un po’ di sicurezza (che in passato e con un mondo stabile portava risultati), rinunciando a sfruttare il pieno potenziale delle persone.

A livello individuale quello che succede è altrettanto ovvio: se hai paura di sbagliare non muovi un dito e non sbagli… ma eviti anche di sperimentare contribuendo inconsapevolmente al “abbiamo sempre fatto così” e lasciando tutto com’è (con il rischio concreto e inevitabile di perdere di competitività o di farsi sostituire).

Ispirazione dal libro “Brave new work” di Aaron Dignan e da “flow” di Mihály Csíkszentmihályi.

Foto durante un workshop sull’innovazione e la sfida allo “status quo”.

Per approfondimenti su come costruire ambienti diversi in cui persone e organizzazioni si concedono di sbagliare (libro in uscita a Novembre): https://lnkd.in/dQx7cN8h

“Ogni membro di un’organizzazione verrà promosso finché non raggiungerà il livello in cui è incompetente.”



È la legge di Peter, e purtroppo fotografa ancora una dinamica molto reale:
le posizioni di leadership vengono spesso assegnate a persone che hanno dimostrato di saper fare bene il loro lavoro, senza però aver verificato se avessero anche le competenze per gestire e coordinare altre persone.

Il problema è semplice, ma troppo spesso ignorato: saper svolgere un compito con eccellenza non significa saper guidare una squadra.

Leadership, gestione, coordinamento e sviluppo degli altri sono abilità completamente diverse rispetto a quelle operative per cui, generalmente, si viene promossi.

Investire nello sviluppo delle competenze manageriali prima di assegnare ruoli di leadership non è solo una scelta di buon senso.

È una strategia fondamentale per evitare che un particolare talento individuale, venga vanificato utilizzandolo per cose con cui quel talento non c’entra niente (trasformandosi in una catena di inefficienze collettive e di malesseri da dover gestire).