Se non impari a lavorare la terra, nessuna villa ti sembrerà troppo grande…



A lavorare la terra l’ho imparato da mio nonno, il resto nell’accumulo di beni inutili e nella lettura della filosofia e dello stoicismo che è venuta in tarda età: quando l’ingegneria e le materie scientifiche non mi sono state più sufficienti a spiegare la complessità del mondo e dell’esistenza umana… o a dare un senso più profondo allo “stare” nella vita quotidiana.

Più si va avanti e più “possedere” stanca.

Stanca l’accumulo, stanca la manutenzione di cose che non usi, stanca il “mood” dell’arrivismo che devi coltivare per avere sempre di più.

Stanca la mancanza cronica di tempo per godere non solo di quello che ottieni con quello che guadagni, ma anche delle piccole cose (disponibili con molto meno sforzo).

Stanca guardare gli anni che passano spesi in attività a scarso valore aggiunto e a fare cose che non ricorderà nessuno, in una corsa perenne che mette in fila come pedine di un domino, giorni che sembrano tutti uguali.

Stanca anche l’ego: compagno inevitabile di chi vuole distinguersi ma arma che ferisce più spesso di quanto serva per progredire davvero.

Stanca anche quella velocità che ti dà adrenalina ma che toglie fiato ed energie per cogliere il valore delle piccole cose come quella di lavorare la terra, sporcarsi le mani, godere di un pomeriggio di sole, contribuire a far crescere qualcosa e aspettare i frutti mentre si piantano semi senza la certezza del raccolto.

Già 2000 anni fa gli stoici dicevano che non è il lusso a nobilitare la vita, ma l’allenamento interiore che rende capaci di godere del poco e di non perdere la testa a rincorrere il molto.

E dicevano anche che “chi non sa trovare senso in un gesto semplice, non lo troverà nemmeno in cento privilegi”.

Anche quando abbiamo “cento privilegi” (e ognuno di noi ne ha molti), dovremmo sempre allenare la capacità di vedere bellezza nelle piccole cose. È un’abitudine da coltivare, un gesto controintuitivo e a tratti quasi “sovversivo”.

A me lo ha insegnato mio nonno che di privilegi non ne ha mai conosciuti ma che dopo la guerra mangiava pane e vino, coltivava orti e praticava arti semplici molto prima che io iniziassi a leggere di filosofia dopo una multi-carriera “scientifica”.

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