L’argenteria, le Nike Air Max e il (falso) mito del divario generazionale



Qualche settimana fa, durante un workshop intergenerazionale, abbiamo riunito persone dai 25 ai 60 anni attorno a parole chiave del mondo del lavoro.

A conclusione della giornata abbiamo condiviso ciò che era evidente già osservando la gerarchia dei bisogni di Maslow, gli studi antropologici e quelli neuroscientifici degli ultimi anni: le generazioni sono tutte diverse, ma non sono così lontane.

Me ne sono accorto ancora una volta qualche giorno fa, parlando a casa di un’amica con sua madre Rita (90 anni) in una delle conversazioni più piacevoli che ho avuto negli ultimi mesi.

Eravamo seduti nel suo salotto quando a un certo punto mi è caduto un occhio su un comò su cui era apparecchiata dell’argenteria lucidata a specchio che era lì chissà da quanto tempo.

Simboli di benessere, cura, prestigio: oggetti da mostrare la domenica, per “fare bella figura” e ottenere quella riprova sociale che allora si misurava in soprammobili di valore lucidati con cura maniacale e vetrinette impeccabili con finissime porcellane decorate a mano.

E oggi?

Le regole sono le stesse, sono cambiati solo i codici o gli oggetti da mettere in vista.

Dove tempo si lucidava l’argento, oggi si collezionano capi firmati, sneakers limited edition.

E i porta foto (rigorosamente in argento con pose cerimoniali e gli scatti migliori), sono state sostituite da storie, filtri e faccette su Instagram.

Cambiano i codici, i simboli e gli oggetti ma non quello che siamo.

Perché dopo i bisogni primari, l’essere umano cerca sempre le stesse cose: riconoscimento, appartenenza, distinzione.

Spesso un apparente scontro generazionale, è solo ed esclusivamente riconducibile all’ “evoluzione del contesto”.

E capire questo, per quanto banale, può essere una chiave di lettura in un periodo storico (unico) in cui abbiamo cinque generazioni che devono lavorare insieme.

Un modo diverso di vedere (e gestire) lo stress…



Tempo fa mi sono imbattuto in un’intervista di Jeff Bezos che esprimeva un concetto su cui mi sono trovato abbastanza d’accordo.

Diceva una cosa semplice, ma potente:
“Lo stress viene principalmente dall’evitare qualcosa che sai di dover affrontare.”

E aggiungeva che, nel momento in cui prendi in mano quel problema, gran parte dello stress svanisce.

Non parlava solo di sovraccarico o eccesso di lavoro: parlava di “procrastinazione emotiva” ovvero di quella tensione incontrollata che nasce non perché hai troppo da fare, ma perché stai evitando qualcosa di spiacevole o poco divertente.

L’idea generale è che lo stress non arriva solo dal lavoro, ma arriva dalla distanza che mettiamo tra ciò che “sappiamo di dover fare” e il momento in cui troviamo il coraggio di farlo.

È un punto di vista interessante perché mentre la quantità di lavoro non la possiamo controllare, la procrastinazione è qualcosa su cui possiamo agire.

La prossima volta che siete stressati potreste provare a chiedervi se l’origine è davvero il sovraccarico oppure qualcosa che state evitando.

E se la risposta va nella seconda direzione, potreste scoprire che affrontarla subito non è questione di coraggio ma di una forma di efficenza e qualcosa che potete fare per evitare il “burn out”.

La procrastinazione e l’evitamento sono spesso scelte di comodo: scelte che alla lunga portano effetti collaterali ben peggiori che “mangiare subito il rospo” (come diceva Bryan Tracy nel bestseller “ingoia il rospo”: l’arte di liberare tempo e vivere liberi”)

Unscripted (#32/2025)

“Conosco il prezzo del successo: impegno, duro lavoro e un’inarrestabile devozione alle cose che vuoi veder succedere” (Frank Lloyd Wright, architetto)

Da qualche anno ho approcciato un percorso imprenditoriale in cui sto imparando molto.

Non sono particolarmente appassionato di questo tipo di manuali ma dopo aver letto moltissimi libri su come fare a gestire un progetto, un’azienda o accrescere un capitale, devo dire di aver trovato questo testo tanto dissacrante quanto interessante.

Si parte dalla critica nei confronti delle carriere “da copione” (“studia, trova un lavoro buono, impegnati al massimo e a 65 anni potrai vivere la vita dei tuoi sogni dopo che avrai dato al lavoro i tuoi giorni migliori).

Il copione (“script”), è semplicemente il frutto della centralità del lavoro dipendente, dello scambio di tempo per denaro e dell’aspettativa di ottenere una libertà finanziaria con redditi sempre più bassi, attraverso una vita di risparmi e rinunce o tramite percorsi molto deboli con scarse probabilità di successo.

La tesi è spietata: se giochi con le regole degli altri, non vincerai mai… e l’unico modo per uscire dal copione è costruirne uno secondo regole anticonvenzionali.

Il fulcro non è quello di mollare tutto e avviare la prossima “impresa digitale” ma è quello di  capire, assimilare e mettere in pratica le leve che creano libertà ovvero:

– Il controllo sul tempo.

– La scalabilità del lavoro.

– La proprietà di ciò che si costruisce.

Con una disamina che fornisce strumenti, metodi, riflessioni e alternative, il testo si concentra non tanto sul mito della “ricchezza veloce”, quanto sulla decostruzione del concetto di “ricchezza lenta”, sottolineando una verità amara ma incontrovertibile: se il nostro tempo è venduto a ore, la libertà non arriverà mai (o arriverà in un momento in cui non sarà scontata la possibilità di godersela).

Un libro di 600 pagine che porta un messaggio controverso: non è questione di “fare più soldi”, ma di rifiutare di essere un ingranaggio in un meccanismo pensato per sfruttare il tempo senza rendere indietro vantaggi che valgono gli sforzi spesi.

Le cose più belle nella vostra carriera accadono quando smettete di pensare alla vostra carriera…



Non per tutti è così, ma per chi si riconosce in questa frase, i motivi sono semplici.

Quando ci concentriamo ossessivamente sul risultato, dimentichiamo il processo: cerchiamo scorciatoie, diamo più importanza alla forma che alla sostanza, puntiamo ad apparire più che a essere.

Così facendo, soffochiamo il talento e perdiamo di vista le nostre parti migliori.

Quando invece abbassiamo la pressione (quasi sempre autoindotta), creiamo spazio: spazio per concentrarci su ciò che conta davvero, per isolare la pressione esterna, per liberare il nostro potenziale.

Quando smettete di pensare all’elefante nella stanza, è più facile che l’elefante nella stanza scompaia.

E quando vi dedicate a ciò che sapete fare bene senza il peso dell’aspettativa o dell’”overthinking” (pensare troppo), succede qualcosa di sorprendente: i risultati arrivano.

Proprio quando avevate smesso di rincorrerli.

Quale è il consiglio che daresti a chi si affaccia al mondo del lavoro?



Lo stesso che darei a chi chi c’è già da un po’: siate gli unici custodi del vostro valore e non subappaltatelo al giudizio degli altri (e neanche al vostro… prima di aver sviluppato un po’ di consapevolezza).

In 22 anni di professione ho frequentato ambienti in cui sono stato apprezzato perché facevo uno spazzaneve “ordinato” e altri in cui sono stato ignorato per salti mortali all’indietro ed equilibrismi da circense.

La verità è che pensiamo il mondo per come vorremmo che fosse e non per come è in realtà: gli ambienti in cui siamo immersi non sono quasi mai in grado di valutarci, chi è responsabile della nostra carriera usa lenti diverse dalle nostre (o non ha gli stessi obiettivi), e i nostri manager ci promuovono più per la nostra capacità di esaltare i loro talenti piuttosto che per quella di esprimere i nostri.

A questo si aggiungono generalmente i nostri errori di valutazione su ciò che sappiamo o non sappiamo fare realmente (frequenti soprattutto nella prima parte di una carriera).

Non è sempre così ovviamente, ma ciò che è valido sempre è che noi siamo gli unici custodi del nostro valore: quelli che sono responsabili di sapere dove sta, di curarlo, di farlo crescere e di proteggerlo da false stime in difetto o in eccesso.

Non vi arrabbiate se qualcuno non lo riconosce, o lo sminuisce: piuttosto cercate prima di comprenderlo a fondo (cosa affatto scontata), poi di testarlo, di vederlo in modo critico, di metterlo costruttivamente in discussione e di aumentarlo nel tempo finché non diventerà un super-potere che sarete in grado di utilizzare ed esprimere quando serve e dove serve (nei contesti e con le persone giuste).

Se vi perdete ad ascoltare troppo il rumore che vi circonda senza sviluppare senso critico (verso gli altri e verso voi stessi), sarete destinati a rimarrete in una bolla che prima o poi scoppierà e che impedirà di farvi sviluppare come persone e come professionisti.

Ne ho visti tantissimi e sono stato uno di questi.

Perché ci sbagliamo un sacco di volte..



“L’ho assunto perché parlava bene, solo dopo ho scoperto che non sapeva fare il suo lavoro.”

È il classico “effetto alone”: quello per cui se una persona ha una qualità spiccata (ad esempio comunicare bene), automaticamente il nostro cervello gliene attribuisce anche molte altre (ad esempio essere capace).

Parla bene? Allora sarà anche competente.

È di bella presenza? Sicuramente sa il fatto suo.

Sorride? È pure empatico.

Vale sia in positivo che in negativo (le persone che non ci piacciono diventano un “male assoluto”).

Peccato che non sia vero (quasi mai).

L’effetto alone è un “bias cognitivo”: un modo con cui il nostro cervello cerca di semplificare il mondo.

Ci caschiamo tutti, ma nel lavoro (e soprattutto nel recruiting), questa scorciatoia costa cara: assumiamo “bravi comunicatori” al posto di “bravi professionisti”; promuoviamo chi ci piace, non chi ha risultati; ascoltiamo chi ha carisma senza verificarne i contenuti.

Il punto è: se non mettiamo in discussione il nostro primo giudizio, rischiamo di confondere forma e sostanza.

A volte, l’effetto alone è utile.

Ma se voltete davvero fare la differenza e non scambiare “fiaschi” per fischi (o “lucciole per lanterne”), vale la pena allenare lo sguardo, sospendere il primo giudizio, approfondire e non fermarsi mai alla prima impressione (bella o brutta che sia).

“Coltivare il dubbio” (come diceva Adam Grant nel suo libro “il potenziale nascosto) è sempre la chiave per non prendere abbagli e diventare persone e professionisti migliori.

“L’ambiente in cui viviamo condiziona il nostro cervello… ma un cervello che funziona riesce ad adattarsi a qualsiasi ambiente”.



È indubbio che i contesti in cui viviamo abbiano un’influenza enorme su quello che diventiamo: basta pensare ai condizionamenti subiti da scuole inadeguate o da manager poco attenti al nostro sviluppo…

Ma la chiave per costruire una vita e una carriera soddisfacenti non è né quella di adagiarsi (vivendo una vita di frustrazione), né quella di ostinarsi a cambiare l’ambiente in cui viviamo (senza una strategia), né quella di cambiare ambiente ogni volta che non ci rispecchia (rischiando scelte impulsive e in preda alle emozioni).

La chiave è lavorare su se stessi per padroneggiare i contesti presenti mentre si costruiscono alternative migliori (lo sa bene chi decide di avere una multi carriera o di costruire un progetto personale oltre la propria attività principale).

Perche una mente che funziona:

– ha consapevolezza di dove si trova;

– accetta le dinamiche che non può cambiare;

– agisce su ciò che è nella propria sfera di controllo;

– sceglie con attenzione il prossimo ambiente in cui crescere.

– prepara il futuro con strategia.

Non vive passivamente e non si scontra inutilmente: fa quello che può, dove può e quando può.

Sta nel presente con i piedi saldi, mentre osserva il futuro per cogliere opportunità, studiando costantemente su se stesso e sugli altri.

E tu come lavori per padroneggiare o navigare i contesti in cui vivi senza subirli?

“Non hai capito davvero una cosa finché non sei in grado di spiegarla a tua nonna”



Così diceva Feynman, “il fisico che suonava il bongo” e un personaggio fuori dagli schemi famoso per la sua capacità di spiegare concetti complessi in modo semplice.

Per farlo, teorizzó una tecnica che si articolava in quatto passi:

1. Scegli un concetto da studiare: scrivi il nome del concetto o argomento in cima a un foglio;

2. Spiegalo come se parlassi a un bambino di 8 anni (o a tua nonna): usa parole semplici, frasi brevi ed esempi concreti senza tecnicismi o acronimi (se lavorate in una multinazionale questo passaggio vi risulterà difficile…);

3. Identifica i punti deboli: quando ti blocchi o ti accorgi che ti mancano le parole semplici per spiegare, torna ai materiali di studio, approfondisci e chiarisci i dubbi;

4. Riorganizza e semplifica: riscrivi la tua spiegazione rendendola ancora più fluida e semplice immaginando di doverla davvero insegnare davvero a un bambino.

Feynman era un “multipotenziale” che pensava per immagini e intuizioni (non formule): aveva un’ossessione per la semplicità, era un’autodidatta e imparava cose nuove per curiosità o per il piacere di farlo (negli anni divenne un discreto suonatore di bongo, un artista, e perfino un esperto di codici cifrati e di sicurezza dei sistemi).

Aveva un approccio giocoso al sapere, si opponeva agli atteggiamenti accademici snob e detestava chi parlava difficile solo per sembrare più intelligente preferendo la sostanza alla forma.

Un modello da cui prendere spunto e che è l’impersonificazione del fatto che “la semplicità è il massimo grado di sofisticatezza” (una frase attribuita a Leonardo Da Vinci e che fu ripresa da Steve Jobs).

Come fate a motivare o a motivarvi se non conoscete le leve della motivazione?



Per essere capaci di muovere una persona o un gruppo è necessario avere caratteristiche e attitudini personali che afferiscono alla propria leadership…

Tuttavia appoggiarsi a dei modelli e a un po’ di teoria non fa mai male.

Secondo il modello di Lawrence e Nohria, l’essere umano si muove sotto 4 spinte fondamentali:

La spinta all'”acquisizione” (di risorse, status, risultati o una posizione nell’organigramma)

La spinta all’appartenenza (a un gruppo, a una causa, a una comunità o a qualcosa di più grande)

La spinta all’apprendimento (imparare il mondo che ci sta attorno, crescere, dare un senso a ciò che ci circonda)

La spinta alla difesa (della propria posizione sociale, dei propri valori, delle persone care)

Ogni giorno, dentro e fuori dall’azienda, queste leve si attivano in modo diverso per ciascuno di noi (anche in funzione di come siamo, della nostra maturità, delle nostre esperienze, di come cambiamo, di come variano le nostre priorità nel corso del tempo e così via).

Ognuno ha le sue “leve” o meglio il proprio “mix (un esercizio curioso è quello di dare un peso indicativo a ciascuna mantenendo la somma totale di 100 e vedendo come cambiano o come sono cambiate nel tempo).

Conoscete il mix di motivazione che funziona per voi e per chi vi sta attorno? quale delle quattro spinte state attivando e quale state trascurando?

Se non lavorate completamente da soli, fare attenzione a ciò che motiva o muove gli altri e al loro “mix” è un aspetto fondamentale… (a cui raramente siamo abituati a pensare).

Le piccole virtù (#31-2025)

Le piccole virtù è una raccolta di saggi in cui Natalia Ginzburg osserva la vita con uno sguardo limpido, intelligente e disarmante.

In queste pagine si intrecciano memoria personale, riflessione morale e un’intimità mai compiaciuta. Con uno stile essenziale e preciso, Ginzburg parla di amicizia, educazione, povertà, maternità, amore e perdita, mostrando come siano le “piccole virtù” – la pazienza, la modestia, la tenacia – a costruire davvero l’animo umano, più delle “grandi”.