Alleanze coraggiose (#46-2025)
Non stringete partnership ma fate “alleanze coraggiose”…
La partnership è forse una delle forme di collaborazione più diffuse nei contesti lavorativi… ma è davvero la migliore possibile?
Nata per unire competenze complementari, ha il pregio di essere “tecnica” e funzionale al business ma manca di alcune caratteristiche che la rendono poco efficace in un mondo complesso come il nostro.
L’alleanza rappresenta invece un concetto diverso: prevede la contaminazione aperta delle conoscenze e una trasparenza comunicativa funzionale al raggiungimento di obiettivi comuni.
Implica un tipo di relazione che parte da una comunanza di valori e si sviluppa attraverso una crescita in cui le parti cambiano identità lungo il percorso insieme.
È “intrinsecamente coraggiosa” perchè prevede di affidarsi all’altro, astrarsi dall’individualismo, condividere informazioni “senza se e senza ma” e sviluppare una progettualità di lungo termine attraverso una visione ampia, olistica e inclusiva.
I tre pilastri delle “alleanze coraggiose” sono “chiarezza di scopo”, “fiducia” e “reciprocità dinamica”: tutte caratteristiche che danno maggior spessore, senso ed efficacia alle partnership comunemente intese.
Nexus (#45-2025)
L’uso del linguaggio ci ha permesso di collaborare e di diventare la specie dominante del nostro pianeta.
Le storie hanno unito gli esseri umani fin dall’antichità, diffondendo idee e mitologie in grado di plasmare il nostro vissuto per dare ordine a società più strutturate e farci evolvere come esseri umani.
Dalla parola siamo passati alla scrittura e, grazie all’evoluzione del mezzo informativo (libri, radio, televisioni), questo ci ha permesso di aggregarci in società organizzate in cui l’uomo ha sfruttato l’informazione senza perderne il controllo.
Il modo con cui nei secoli siamo riusciti a comunicare fra di noi ha contribuito a trasformare la organizzazioni, le percezioni e i rapporti sociali, ma il controllo sul “mezzo” è sempre rimasto in mano nostra, grazie all’evoluzione tecnologica ma anche alla dimensione relativamente” locale” in cui i messaggi rimanevano confinati.
Le cose hanno cominciato a cambiare con l’avvento di internet: un mezzo che ci ha consentito di travalicare confini geografici portando la diffusione dei messaggi a livello globale e promettendo una “conoscenza senza confini” in tempo reale.
Abbiamo espanso di fatto il nostro potenziale di connettere le persone, diminuire le diversità e dare una dimensione maggiore a quella collaborazione che nei secoli ci ha reso la specie dominante sul pianeta… ma abbiamo anche creato un mezzo più difficile da controllare.
In questi anni stiamo affrontando una sfida totalmente diversa; il vaso di pandora della tecnologia ha creato l’algoritmo: il primo mezzo in grado di auto-istruirsi e diventare “agente” in grado di farci perdere totalmente il controllo e portare a conseguenze inattese.
Considerando che “il medium è il messaggio”, le reti informative gestite dall’intelligenza artificiale come “agente” e non come “semplice mezzo” potrebbero plasmare il potere, le istituzioni e i comportamenti collettivi in modi imprevedibili, ridefinendo il nostro ecosistema e utilizzando la loro potenza computazionale in modo imprevedibile.
Un libro provocatorio e interessante, che parte dalla storia ma che getta le basi su una comprensione più profonda di costi ed opportunità dell’intelligenza artificiale e delle nuove reti (“Nexus”) con un potenziale dalle conseguenze ignote.
La seconda onda (#43-2025)
L’intelligenza fluida è quella che abbiamo nella prima parte della nostra carriera professionale: quella dell’innovazione e delle idee; quella che ci dà la capacità di ragionare, pensare in modo flessibile e risolvere problemi inediti.
La sfruttiamo al massimo nella prima parte della vita professionale ma ha una “scadenza biologica” perché con gli anni si perde inevitabilmente lo smalto, la capacità di imparare in fretta e quella di concentrarsi per escogitare nuove soluzioni.
E’ un processo inevitabile come inevitabile è l’invecchiamento fisico e la perdita di prestazioni negli atleti professionisti…
Ma la buona notizia è che da un certo punto in poi, si può sviluppare quella che uno studio di Cattel del 1971 definisce “intelligenza cristallizzata”.
Quest’ultimo tipo di intelligenza è altrettanto preziosa perchè è quella che è in grado di usare l’esperienza passata e metterla a frutto in modo concreto: è la facoltà di usare le nostre “riserve di conoscenza” per tradurle in esperienze, condivisioni, saggezza o benessere.
Abbandonare l’idea di mantenere in eterno l’intelligenza fluida e concentrarsi su quella cristallizzata (che non deperisce ma che aumenta con l’età), vuol dire lasciar passare la prima onda e cavalcare con successo la seconda.
Nella mia esperienza di osservatore privilegiato di carriere apicali altrui (ma anche in quella personale di passaggio dalla prima alla seconda onda), ho scoperto che l’attaccamento all’ambizione e ai “motori” di cui si è “goduto” nella prima parte della propria vita professionale, è la maggiore fonte di insoddisfazione.
Cambiare prospettiva, riuscire a lasciare andare l’intelligenza fluida (sfruttando quella degli altri) e migliorare la nostra capacità di coltivare quella cristallizzata, può essere davvero una chiave per gestire efficacemente carriere sempre più lunghe in contesti complessi e scenari competitivi.
Aggiungo che la prima onda si cavalca con impeto e sulla seconda si impara a stare con consapevolezza… e con quella leggerezza che si porta dietro tutta la profondità accumulata per dare pienezza al proprio percorso rendendolo significativo e senza rimpianti.
La generazione ansiosa (#42-2025)
Dall’avvento dei social c’è stata una escalation costante per accaparrarsi l’attenzione di milioni di utenze perché questo consentiva di reperire dati e incassare dagli annunci pubblicitari.
La chiamano “l’economia dell’attenzione” e si basa sul fatto che essendocene una quantità limitata, le piattaforme fanno a gara per prenderne sempre di più sfruttando una serie di vulnerabilità psicologiche che sono radicate nei nostri bisogni più basilari.
La questione si sposta quindi su quanto più i social sono in grado di fare leva sui nostri istinti primari diventando una gara al “ribasso” del tronco celebrale…
Si inizia in piccolo impostando app che introducono piccole ricompense: si trascina il dito verso la parte bassa dello schermo e si ottengono nuove inedite informazioni in stile slot machine.
Poi si eliminano i segnali di interruzione creando uno “scroll infinito” in modo che la mente si dimentichi di fare qualcos’altro (entrando in un “buco nero” che sottrae tempo e, appunto, attenzione).
Infine si passa al coinvolgimento creando modi per spingere le persone alla condivisione, alla definizione della propria identità e all’ingresso nella ruota edonistica che ricerca costantemente l’attenzione altrui attraverso follower e like che alimentano una virtuale e insignificante “riprova sociale”.
Questo modello imprenditoriale aggancia tutti, offrendo facili sostituti della vita reale e contribuendo ad alimentare la crisi della salute mentale degli adolescenti (e anche la nostra).
La “generazione ansiosa” è un libro “necessario” per chiunque… con qualche soluzione intelligente per uscire da una dinamica pervasiva che ha cambiato radicalmente le nostre vite e quelle dei nostri figli da poco più di un decennio a questa parte.
101 riflessioni che cambiano il modo di pensare (#41/2025)
La malattia del nostro tempo…
“Forse il termine non è noto, ma la malattia del nostro tempo ha un nome: effetto Diderot.
L’espressione deriva da un saggio di Denis Diderot intitolato “Rimpianti sopra la mia vecchia vestaglia”: il celebre filosofo illuminista racconta di aver vissuto una vita semplice e felice fino a quando un amico gli ha regalato una magnifica e costosa vestaglia rossa per rimpiazzare la sua, vecchia e logora.
Una volta indossato il lussuoso regalo, l’uomo ha iniziato a sentirsi fuori posto nel suo stesso appartamento, che improvvisamente gli appariva piccolo e misero.
Ha iniziato a desiderare nuovi mobili, nuovi quadri e un nuovo guardaroba, così che nulla stonasse con la sua splendida vestaglia.
E così ha finito per indebitarsi, e dover sgobbare senza sosta, solo per potersi permettere di mantenere gli standard di sfarzo a cui ormai si era abituato: una schiavitù senza via d’uscita.”
Questo è solo uno dei passaggi di “101 riflessioni che cambiano il modo di pensare”: un ottimo libro con molti spunti che aiutano a rielaborare momenti difficili, cambiare prospettiva e imparare ad avere un approccio diverso e più funzionale con chi siamo e con ciò che ci succede intorno.
Un viaggio alla scoperta del potere della mente, dei comportamenti inconsci e delle potenzialità dell’intelligenza emotiva per superare ostacoli e difficoltà.
Offerte da 100M$ (#40/2025)
Ci sono tre mercati principali che esisteranno sempre e che sono appetibili per le persone: salute, ricchezza e relazioni.
Il motivo per cui questi mercati sono “permanenti” è che c’è sempre un “dolore” che le persone provano in questi ambiti (e che si può colmare attraverso lo sviluppo di prodotti o servizi).
È una delle quattro regole auree per qualsiasi azienda o freelance: trovare una nicchia all’interno di questi tre mercati in cui ciò che facciamo risolva un problema e “allevi” il dolore a un certo numero di persone.
La seconda regola riguarda l’assicurarsi che il “buyer persona” (la persona a cui ci rivolgiamo e che ha bisogno di mettere un freno al proprio dolore in quell’ambito), abbia risorse a sufficienza per permettersi il prodotto o il servizio che gli si vuole offrire.
La terza regola è che il gruppo a cui ci si rivolge sia facile da individuare (facilmente accessibile e ricercabile attraverso gruppi, canali o luoghi in cui si riuniscono e in cui è possibile indirizzare le proprie attività di marketing).
La quarta regola è la crescita: scovare mercati in cui il vento è in poppa fa muovere tutto in avanti molto più velocemente. Con un “mercato in crescita” anche un prodotto mediocre trova spazio per vendere bene (e, a maggior ragione, un ottimo prodotto).
Non sono un fan di questo tipo di libri ma chiunque abbia un’attività imprenditoriale (che sia da libero professionista o attraverso una società) troverà in questo testo spunti interessanti per comprendere dinamiche apparentemente banali (ma non scontate) e farsi domande per capire come crescere organicamente in qualsiasi business.
Non un manuale da prendere alla lettera ma un metodo per capire meglio i mercati e strutturare offerte orientate alla crescita della propria azienda e dei propri clienti.
Qualche giorno di pausa, mille idee per il 2026…
Sentiamo spesso celebrare l’urgenza, la risposta rapida, il multitasking come misura di efficienza (ma non di efficacia… che è ben diverso).
Ma l’energia e il tempo che mettiamo nel fare di più, spesso la togliamo al “pensare meglio”…
È la differenza tra “tempo reattivo” e “tempo profondo”: il primo è quello della sopravvivenza e della routine, il secondo è quello delle idee e della spinta al cambiamento.
Siamo costantemente immersi nel primo anche se non dobbiamo più procacciare cibo come i nostri antenati: travolti dalle incombenze, dalle pressioni esterne e da un mondo digitale che ci impone false urgenze come quelle di “avere di più”, “essere di più”, “performare meglio”.
Corriamo velocemente, ma siamo vuoti di idee, di ispirazioni, di slancio verso il rinnovamento; tutti elementi impossibili da coltivare nel “tempo reattivo”, ma che trovano humus nel tempo profondo: quando stacchiamo, quando lasciamo sedimentare le intuizioni o quando la separazione dal nostro ambiente usuale ci consente di vedere le cose da un’altra prospettiva.
Questo perché nelle pause, nei silenzi e nei giorni in cui rallentiamo, il cervello recupera calma, lucidità e “sangue freddo”.
Coltivare il tempo profondo e avere “ritmi sostenibili” non è solo un modo per recuperare dal “burn out” e dal tempo speso reattivamente: sono una necessità per chi vuole restare lucido, creativo, centrato.
La produttività vera non si misura con la velocità, ma con la profondità: con la capacità di fare spazio per distinguere il “movimento” dal progresso… e con l’intelligenza di capire quando è il momento di rallentare per tornare a correre meglio.
A volte basta qualche giorno di “tempo profondo” e “mare calmo” per far nascere mille idee da mettere a “terra”.
Seneca (#39/2025)
Lo stoicismo è una delle scuole filosofiche più influenti dell’antichità, nata ad Atene nel III secolo a.C. e arrivata a Roma come filosofia “pratica”.
A differenza di dottrine speculative, non si limitava a spiegare il mondo: voleva insegnare come raggiungere benessere e felicità nel “vivere”.
Per gli stoici la felicità non dipende da ciò che accade fuori di noi, ma dal modo in cui scegliamo di reagire.
Virtù, autocontrollo, serenità sono le vere conquiste al di là dei beni materiali o del successo.
Questo volume intitolato “Seneca – Sulla felicità. La tranquillità dell’animo” (collana Biblioteca della felicità), raccoglie due scritti del filosofo romano.
In “Sulla felicità”, Seneca affronta l’illusione più diffusa: credere che il benessere dipenda da ricchezza, potere o piacere. La sua risposta è che solo la virtù e l’indipendenza dalle passioni garantiscono una vita piena e che la felicità è una conquista interiore, frutto di disciplina e lucidità.
In “La tranquillità dell’animo”, un dialogo diventa un manuale di vita quotidiana. Seneca parla di inquietudini, ansie, smarrimenti che sembrano aver attraversato i secoli: chi non si sente mai sopraffatto dalle preoccupazioni o dal bisogno di fare sempre di più?
La sua proposta è coltivare equilibrio, misura e consapevolezza di sé, imparando a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non possiamo controllare.
Due testi accessibili che contengono la forza viva delle parole di uno dei più grandi rappresentanti dello stoicismo.
La creatività è una malattia…
“… è una malattia del cervello che deve sempre costruire qualche cosa di originale.
E’ una condanna…
E’ un cervello che continua elaborare qualche cosa; magari non ti rendi neanche conto che lo stai elaborando ma il tuo cervello è sempre in funzione… è sempre in è sempre più “avanti”: mentre uno sta dicendo una cosa tu sei un pezzettino più avanti di quello che sta dicendo lui.
Ecco, questa è la creatività… ed è anche un problema perché poi la testa ti va da un’altra parte mentre qualcuno ti sta parlando.
Soprattutto ti annoi facilmente: una persona creativa non ha la pazienza.
Io mi annoio facilmente nel senso se quello che sto vedendo, quello sto vivendo o sentendo è uno standard troppo basso io mi annoio; devo alzarmi, soffro e vado via.
La creatività deve poi essere sostenuta da un carattere e da una tenacia che è ambizione con un filo di presunzione: la tenacia serve perché nessuno ti ascolta.
Quella che pensi sia una buona idea e che magari è una buona idea, quello che hai davanti non ha il dovere di capirla.. sei tu che devi introdurlo
Il 99% delle persone non ha gli strumenti per arrivare, sei tu che devi accompagnarli.”
Da un talk di Giampietro Vigorelli
“Ignorate gli scettici”
“Non si può fare, è impossibile”
Quando provate a fare qualcosa di nuovo ci sarà sempre qualcuno che dubiterà di voi, delle vostre idee e dei vostri obiettivi.
È una cosa naturale: noi siamo spesso i primi ad essere scettici nei confronti di noi stessi (il che limita il nostro potenziale) o degli altri (il che limita il loro).
La nostra società purtroppo è fatta così e più grandi sono gli obiettivi, più spesso si incontrerete persone che cercheranno (a volte in buona fede) di farvi desistere dai vostri intenti.
Ognuno di noi potrebbe condividere numerosi esempi o esperienze.
A me è successo quando con propensioni umanistiche e scarsa competenza in matematica, dissi di voler fare ingegneria… ma anche quando decisi di costruire una casa in legno ai tempi in cui le persone si ricordavano ancora della favola dei tre porcellini… o quando decisi di intraprendere una multicarriera.
Ma non andó diversamente neanche a persone che di risultati nella propria carriera ne avrebbero raggiunti molti di più: la Rowling si vide rispedire al mittente il suo “harry Potter” ben dodici volte, Steven Spielberg fu rifiutato tre volte alla scuola di cinema, Stephen King fu scartato da 30 editori, Jordan non fu ammesso dalla squadra del suo liceo e ai Beatles fu detto che “i gruppi con le chitarre” stavano passando di moda…
Per non parlare del mondo del lavoro in cui i fondatori di airbnb si videro rifiutare finanziamenti per sette volte, Jobs fu licenziato da Apple, Walt Disney fallì con la sua prima azienda di animazione, il modello Netflix fu rifiutato da Blockbuster (allora monopolista del settore intrattenimento).
L’elenco è infinito e il concetto è valido anche fra chi non ha raggiunto quello che convenzionalmente viene definito “successo”: se credete davvero in un’idea e nella vostra capacità di realizzarla, ignorate gli scettici, elaborate un piano con una strategia e perseguite piccole azioni costanti in direzione dell’obiettivo (piccolo o grande che sia).
Non è una questione di “volere è potere” ma di visione, di coraggio nel perseguirla, di strategia nel definire le tappe giuste e di costanza nel battere il ferro ogni giorno per raggiungerle.
È così che si costruiscono grandi carriere o percorsi professionali e personali degni di nota: ignorando gli scettici e costruendo la propria strada passo dopo passo con pazienza e “olio di gomito”.
“Gli scettici sono una realtà della vita”, l’importante è che non influenzino la vostra…