Il paradosso dell’intelligenza..



Quando sei poco intelligente, sei un problema che sanno come gestire, quando lo sei troppo, sei un problema che vogliono evitare.

È così che molte organizzazioni hanno rinunciato al talento anche quando dicevano di volerlo cercare, trattenere e incentivare…

Un tempo era la norma perché il mondo era lineare, la domanda superava l’offerta e il determinismo rendeva il comando e controllo una condizione irrinunciabile per governare il mercato.

Ma adesso che il mondo è “VUCA” (volatile, incerto, complesso e ambiguo), questa mentalità comincia a non essere più sostenibile: diventando fragile sotto il peso delle nuove generazioni, di un contesto in continua evoluzione e di una trasparenza che smaschera vecchi schemi e dinamiche obsolete.

In sintesi c’è ancora speranza per le persone intelligenti, per quelli che sanno distinguersi e per chi ha una marcia in più… a patto di essere nell’ambiente giusto, al momento giusto e con le persone giuste.

Saper resettare per superare i fallimenti



Si dice metaforicamente che la tennista Serena Williams soffrisse di perdite di memoria a breve termine..

Quando le cose le andavano male e perdeva un punto, un game o un set, aveva la capacità di resettare e di pulire la memoria per non farsi condizionare nella giocata successiva.

Nel tennis (ma anche nel lavoro), avere memoria a breve termine dei propri errori (e capitalizzarli a distanza), è tanto difficile quanto fondamentale.

Quando c’è un calo mentale, nel gioco come nella vita arriva la sindrome dell’impostore: il campo diventa più piccolo e si perde contro se stessi ancora prima che contro un avversario o una sfida difficile.

I migliori professionisti lo sanno e inducono perdite di memoria a breve termine, continuando a giocare dopo un errore senza l’ansia della prestazione o del punteggio.

La “memoria a breve termine” serve a stare concentrati sugli obiettivi facendo leva su quello che si è capaci di fare e non sulla paura di fallire di nuovo.

Una lezione che le persone più agili si portano dietro, affinando la capacità di sbagliare senza compromettere il risultato di lungo periodo.

Per approfondimenti ho trovato interessante “il gioco interiore del tennis” di Tim Gallwey

Vincitori, vinti e osservatori senza coraggio



Doveva essere il 1987, quando una donna entrò in classe per raccogliere le adesioni a una gara di atletica.

Offrì quattro opzioni: 100, 200, 400 e 800 metri.

Eravamo in quarta elementare e nessuno di noi era un corridore.

Molti scelsero i 200, alcuni i 100, altri i 400. Uno solo optò per gli 800.

Alcuni compagni iniziarono a schernirlo: ridevano, mettevano in discussione le sue capacità e facevano previsioni impietose.

A livello teorico avevano ragione: non aveva mai corso in vita sua, e gli 800 metri erano roba da ragazzi con fiato e gambe lunghe.

La domenica si presentó al campo: erano in quattro e fu un massacro; taglió il traguardo al fotofinish con l’ultimo (dopo che il
primo era già dentro gli spogliatoi)

Il giorno dopo fu accolto da risate, una sfilza di “te l’avevo detto”, “lo sapevo che non ce l’avresti fatta”, e “sei arrivato ultimo”.

Tante parole per altrettanti spettatori senza coraggio di presentarsi al nastro di partenza.

Negli anni successivi avrei rivissuto quella scena diverse volte: contesti differenti e folle di persone in prima fila a osservare, commentare, aspettare gli errori altrui o criticare tentativi di fare cose diverse, controintuitive o fuori dagli schemi.

Spesso avevano ragione e altre volte no, ma non è questo il punto.

Il punto è che quasi nessuno di loro è arrivato a condurre una vita realmente significativa.

Nessuno ha raggiunto risultati degni di nota, pochi hanno studiato per migliorarsi e ancora meno hanno sperimentato qualcosa che li potesse portare lontano.

La maggior parte è rimasta ferma: a guardare, a giudicare, a riempire bar dove si discute, con poca cognizione, quando di virus, quando di politica, quando di sport.

E in tutto questo, dopo aver avuto la fortuna di lavorare con persone estremamente talentuose che hanno raggiunto traguardi importanti, ho imparato una regola che non trova eccezioni: chi arriva davanti non guarda mai cosa fanno o dicono gli altri.

Chi fa la differenza non spreca tempo a giudicare perché lo spende per allenarsi, studiare, provare, sbagliare e impegnarsi.

Fino a che non riesce in qualcosa; fino a che nessuno lo prende più in giro per “averci provato”; fino a che quelle voci non le sente più perché nel frattempo gli 800 metri ha imparato a correrli.

Il mondo è cambiato ma ci sono 3 cose che da sempre lo fanno evolvere per fare “passi in avanti”:



1) miglioramento del linguaggio
2) capacità di socializzare
3) curiosità e domande

Potete leggere trilioni di libri di crescita personale, di leadership, di cambiamento culturale e di organizzazione ma volendone sintetizzarne “l’essenziale”, si arriva sempre a derivazioni più o meno ampie di questi elementi.

Vale in tutti gli ambiti ed è per questo che è importante formare e formarsi su questi tre aspetti attraverso:

1) corsi di comunicazione, linguaggio inclusivo, feedback e conversazioni cruciali, personal e team branding;

2) attività di team coaching e workshop per facilitare cooperazione e lavoro di “squadra”;

3) percorsi di agilità intellettuale, pensiero strategico, approcci sistemici e coaching per allargare la visione e immaginare futuri alternativi possibili.

Linguaggio, capacità di socializzare e curiosità e domande hanno sempre spinto il genere umano a fare un passo in là verso l’innovazione: ad andare oltre, a migliorare le condizioni per sè e per gli altri, a creare società migliori, più eque e più sostenibili.

Non investire in queste tre aree vuol dire dimenticarsi cosa ci rende realmente distintivi e di cosa ci impedisce di costruire aziende e società migliori.

“È assai improbabile essere promossi attraverso i ranghi di una grande azienda…”



“Questo perché la maggior parte delle organizzazioni si sta riducendo a una rete di alleanze e appalti.

Ma allora, chi vi dà una promozione?

Voi.

Sempre più nella nuova economia, l’unico modo per farsi strada è promuovere se stessi”.

Così si esprime Robert Reich (professore di economia politica ed economica presso l’Università di Harvard) in uno dei più bei libri che ho letto nel 2024 (“l’infelicita del successo”).

La tendenza odierna e i cambiamenti epocali a cui stiamo assistendo nelle organizzazioni (frutto a loro volta dell’economia e delle rivoluzioni tecnologiche in atto), riflettono l’andamento di fenomeni che in America sono emersi già da qualche anno e che mettono in luce quello a cui dovremo prepararci.

Un consiglio che mi è stato dato e che consiglio a mia volta di seguire è quello di investire sempre su se stessi, sulla propria formazione, sul proprio “brand” e sulla propria reputazione.

Nessuna organizzazione (neanche la più lungimirante) lo farà per voi ma qualsiasi “corporate” ve ne sarà grata perchè ne trarrà essa stessa beneficio.

“Siamo aziende nelle aziende” è una frase che cito spesso durante i corsi su agilità intellettuale e apprendimento continuo: un dato di fatto e qualcosa con cui fare i conti per fare scelte consapevoli ed efficaci per il proprio “futuro”.

Il motivo è semplice: non entrare in obsolesceza, rimanere al passo di un mondo che cambia ed essere più appetibili sul mercato del lavoro.

Ultimo ma non per importanza: migliorare gli ambienti in cui viviamo (che oggi come mai hanno bisogno di persone intellettualmente attive per tutta la durata della loro permanenza).

Siamo fottuti ma c’è ancora speranza (#35/2025)

Viviamo nell’epoca con più comfort e possibilità della storia, eppure ci sentiamo assediati dall’ansia, dal cinismo e da un vago senso di inutilità.

La speranza che ha alimentato storia e religioni per secoli, è un meccanismo di sopravvivenza che oggi scricchiola sotto il peso delle incertezze (ma anche delle certezze che abbiamo acquisito col tempo e che non sembrano più soddisfare il salto di livello dei nostri “bisogni primari”).

Con il suo stile diretto e irriverente, l’autore mescola psicologia, filosofia e cultura pop per spiegare perché siamo sempre in bilico tra apatia e isteria collettiva.

Passa con leggera profondità dalla filosofia degli stoici alla tecnologia sociale, da Kant a Netflix, da Nietzsche all’era dei social network, mostrando quanto sia difficile trovare un senso quando tutto è a portata di mano.

Non offre soluzioni miracolose ma invita a guardare in faccia il disincanto, a riflettere sulla propria capacità di scelta e a prenderci la responsabilità di ciò che conta anche quando non ha senso farlo… per ridefinire il concetto di speranza: un filo rosso che può continuare ad alimentare la spirale evolutiva del nostro genere (con logiche differenti e restando umani in un’era artificial in cui tutto sembra andare a rotoli).

meglio una persona risolta che una persona risoluta

Nelle aziende un tempo si cercavano persone “risolute”: decise, ferme, determinate e con una volontà forte.

Figure idolatrate dal business e ricercatissime dagli HR perché simbolo di “resilienza” (nonché tendenzialmente più propense a lavorare a testa bassa senza chiedersi il “perché”).

Le persone risolte sono invece più “compassate”: non necessariamente introverse ma dotate di quella calma di chi ha raggiunto un proprio equilibrio e ha fatto pace con sé stesso.

Apparentemente meno decisionisti o reattivi, hanno un rapporto più sano coi conflitti esterni e interni, hanno maggiore consapevolezza dell’effetto sistemico delle proprie azioni e hanno acquisito la capacità di valutare criticamente le situazioni dando il giusto peso alle cose.

Essere risoluti è utile, quando si tratta di agire e basta (quindi in aziende molto “performative”).

Essere risolti è essenziale in ambienti moderni in cui la “resilienza” da sola non basta… e in cui serve elevare lo scopo, lavorare in un gruppo e portare risultati collettivi di lungo respiro.

Per questo, in un gioco lungo e sostenibile come quello dei business più lungimiranti, si dovrebbero privilegiare sempre le persone risolte a quelle apparentemente più “risolute”.

È una questione di cultura aziendale (che si riflette anche nelle scelte o al momento di un’assunzione).

“La reputazione cresce con la velocità di un albero di cocco ma cade con la velocità di una noce di cocco”.



E’ una metafora potente su un concetto chiave nella leadership, nel branding personale e nella gestione della fiducia: ci vuole tempo per guadagnarla, ma basta poco per perderla (come diceva Warren Buffet qualche tempo fa).

La costruzione della propria reputazione è un processo lento e graduale, simile alla crescita di un albero di cocco… mentre la sua perdita può avvenire in un istante, proprio come la caduta del suo frutto.

Ecco perchè averne cura è fondamentale… specialmente in un periodo storico in cui è la moneta più preziosa sul mercato.

“L’uomo più ricco è quello i cui piaceri sono i meno dispendiosi” (Henry David Thoreau, 1856)



Thoreau era uno scrittore, filosofo e “naturalista” che a un certo punto si ritirò in campagna per scrivere “Walden”: un resoconto della sua vita immersa nella natura e lontano dagli eccessi del consumismo.

In campagna spendeva gran parte del proprio tempo a lavorare i campi o a cacciare (attività non proprio “divertenti” che era costretto a fare per questioni di sopravvivenza).

Ma in mezzo alla natura aveva anche modo di alzare lo sguardo e la visione, godendo di quello che lo circondava, apprezzando i ritmi lenti e prendendosi cura di se stesso e del proprio benessere mentale.

Fu in quei momenti in cui scrisse che “più si riesce a godere delle cose semplici e più si è ricchi”.

Thoureau non ne faceva solo un tema di gratitudine o di “decrescita felice”, ma sottolineava un aspetto che a noi sfugge troppo spesso, intenti come siamo a rimanere piegati nelle nostre “check list” senza considerare ciò che è gratis e di cui possiamo fruire ogni giorno (una camminata, un libro da leggere, un caffè con un amico, un film, una pizza, una serata a casa, il silenzio di un bosco, il rumore del mare, la brezza primaverile, il caldo sole d’estate, un prato di erba).

Un’evoluzione contemporanea del buon “Henry”, ci inviterebbe a prendere del “tempo profondo” per mettere in “lista” delle attività che apparentemente non “producono niente” ma che hanno un ritorno in termini di benessere, idee e “mindfulness”… e ci ricorderebbe che non tutti gli obiettivi devono necessariamente avere degli “indicatori di performance”.

A volte basterebbe solo ricordarsi di bloccarsi il calendario e prendersi lo spazio per re-imparare a farlo… in mezzo ad agende piene zeppe di cose che non sempre producono “valore” nel senso pieno del termine.

Foto di un partner mentre controllava lo smartphone durante una trasferta (terrazza di Cagliari, 2024)

Per approfondimenti: Walden (Thoreau), slow productiviy (Cal Newport), il minimalismo del business (Paul Jarvis) e troppo comodi (Michael Easter)