Il lavoro da offrire, la proposta da accettare (#26-2025)

Il lavoratore medio si è evoluto…

…e i tempi sono cambiati profondamente da quando, vent’anni fa, una laurea aveva ancora un peso rilevante, l’economia si reggeva sulla coda del boom e gli effetti ecosistemici globali non avevano ancora un impatto così diretto sui business locali.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una doppia tensione: da un lato, la carenza di lavoro stabile; dall’altro, la cronica mancanza di maestranze qualificate.

Mai come oggi tante generazioni diverse hanno convissuto all’interno delle stesse aziende, generando una complessità inedita, che impone nuove lenti per leggere bisogni, valori e aspettative.

Le nuove leve sono nate nell’economia digitale, spesso con meno “fame”, un ascensore sociale rotto e prospettive molto diverse su crescita e carriera.

Le aziende, dal canto loro, si trovano a navigare mercati sempre più volatili, dove l’incertezza non consente pianificazioni a lungo termine, né una leadership ancorata agli schemi del passato.

In questo scenario così fluido, soddisfare le esigenze di tutti non è semplice perchè negli ultimi anni sono emerse nuove domande a cui non eravamo abituati a rispondere… ma che oggi danno l’opportunità di generare discussioni finalizzate a trovare una chiave interpretativa efficace e a far fare al mondo del lavoro quel “salto evolutivo” tanto difficile quanto necessario.

Questo libro prova a farlo analizzando i principali trend, includendo prospettive diverse, raccogliendo testimonianze di aziende che stanno provando a rispondere a questa complessità e prendendo in considerazione i possibili “nuovi incontri” tra domanda e offerta.

Il testo si articola in tre parti:

– una panoramica sui nuovi bisogni (il lavoro come proposta, la valorizzazione delle priorità, la costruzione di valore per tutti gli stakeholder);

– una sezione di testimonianze aziendali su come si sta affrontando il tema del lavoro “sostenibile”;

– un percorso guidato di riflessione e autovalutazione per aiutare chi legge a trovare la propria “bussola personale”.

Un’ottima lettura per chi vuole fare scelte consapevoli nell’era del welfare e comprendere le nuove esigenze emergenti in un mondo del lavoro complesso e in continua trasformazione.

“Tutto ciò che desideri si trova al lato opposto della paura” (Jack Canfield)



Non è vero che volere è potere ma è vero che senza coraggio non si può progredire.

Vale per tutti: per i manager che aspirano a posizioni di leadership ma anche per qualsiasi persona voglia rimanere in movimento in un mondo che cambia.

Le prestazioni a lavoro sono fortemente condizionate dalla paura del giudizio sociale, dal terrore di sbagliare e da quello che pensiamo che un fallimento possa portarci.

I leader non fanno mosse coraggiose per non perdere “la priorità acquisita” e noi non le facciamo perché abbiamo la stessa paura (quella di perdere il posto o di compromettere o limitare la nostra carriera e così via).

Spesso le paure sono infondate (lo scrittore Mark Twain diceva: “nella mia vita ho avuto paura di moltissime cose… la maggior parte delle quali non sono mai successe”) e anche qualora non lo fossero, non prendere il coraggio a quattro mani comincia a non essere più un’opzione.

Perché?

Perché il coraggio in mondo che cambia velocemente è una necessità; se una persona non lo ha, sarà destinata a rimanere ferma nella sua posizione… e anche se è in cima a una montagna, vedrà altre montagne innalzarsi e perdere il suo ruolo e la sua competitività.

Si parla tanto di leadership ma non c’è leadership senza coraggio: non si può svilupparla se non si prendono decisioni fuori dagli schemi… il che vuol dire rompere quegli stessi schemi per creare qualcosa di nuovo (un ambiente, delle relazioni, una trasformazione culturale o un cambiamento).

Spesso non c’è altra via: o si prende coraggio o si rimane fermi.

“Se sei corretto con i tuoi dipendenti, con la tua comunità, con il tuo prodotto, sarai più redditizio e più innovativo e avrai persone che lavorano per te e che ti sostengono”



Sono parole simili a quelle di Yvon Chouinard (fondatore di Patagonia), ma appartengono a Hamdi Ulukaya: fondatore di un’azienda di yogurt americana (Chobani) che nel 2016 ha distribuito ai suoi 2000 dipendenti un valore in azioni pari al 10% (ovvero a una media di oltre 150.000 dollari ciascuno)

L’azienda oggi fattura annualmente circa 1,5 miliardi di dollari e il suo CEO ha comunque un patrimonio netto di circa 2,4 milioni di dollari.

Quando dicono che non si può fare profitto senza sfruttare risorse, umani e ambiente a me viene sempre da sorridere perché nonostante tutto, c’è sempre qualcuno che riesce a dimostrare il contrario.

E quel qualcuno riesce a farlo in mercati (quello dello yogurt per Ulukaya e quello dell’abbigliamento per Chouinard), in cui nessun altro prevederebbe la possibilità di una ridistribuzione sostanziale dei margini.

Il fatto che la maggior parte del nostro sistema capitalistico attuale sia stato basato sull’ottimizzazione dei processi, sull’appiattimento e sul massimo sfruttamento delle risorse di molti per alimentare privilegi per pochi, non vuol dire che non si possano costruire realtà diverse.

Ovviamente è molto più difficile e richiede più impegno, fatica e visione. Ma non è sui terreni difficili e inesplorati che si vedono i migliori?!?

Il peso dei rifiuti…



La strada per il talento è spesso costellata di ostacoli che vengono da giudizi troppo affrettati.

Isaac Newton fu espulso da scuola con una nota in cui si informavano i genitori che il suo scarso rendimento gli avrebbe consentito solo di lavorare in fattoria.

A Fred Astaire, nella sua prima prova, fu detto che non sapeva recitare, non sapeva cantare e sapeva a malapena mettere insieme quattro passi di danza.

Steven Spielberg è stato respinto ben tre volte all’esame d’ammissione nella scuola di teatro della California (oltre ad aver ricevuto molti altri rifiuti… così come è successo per i suoi manoscritti a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter).

Oprah Winfrey fu licenziata da un canale televisivo dei Baltimora, perché si pensava alla sua immagine non fosse adatta alla televisione.

Ognuno di noi potrebbe portare decine di esempi personali e confermare che i giudizi degli altri possono fare danni incalcolabili non solo all’autostima ma anche alla massima espressione delle proprie capacità.

Quando siamo noi dalla parte di chi deve darli dovremmo sempre tenerne conto… e calibrarli bene sia nell’educazione, sia nell’istruzione, sia negli ambienti professionali.

Talenti e capacità vengono quasi sempre fuori sul lungo termine… ma stroncarli con giudizi affrettati, rallenta la crescita delle persone e toglie alla società e a tutti noi la possibilità di essere “migliori”.

Il coraggio di essere felici (#25-2025)

“Le persone più felici sono quelle passate dalla dimensione dell’io a quella del noi”.

Non è una conclusione semplice: ci sono persone che ci arrivano dopo tantissimi altri e altre che non ci arrivano mai.

“Il coraggio di essere felici” è il naturale proseguo de “il coraggio di non piacere”, altro best seller internazionale e pietra miliare nel passaggio verso un cambiamento efficace.

Non contiene nessuna “formula”, ma un dialogo continuo fra un giovane allievo in cerca di senso e un filosofo che lo guida attraverso i principi della psicologia adleriana.

Il libro ruota attorno a un’idea centrale e radicale: la felicità è una scelta quotidiana e non qualcosa che capita quando ci sono un insieme di condizioni favorevoli.

Spesso crediamo che siano gli eventi esterni, il passato o le relazioni a determinare il nostro stato d’animo, ma secondo gli autori, è solo assumendoci la piena responsabilità della nostra vita, senza scaricare colpe e senza rimanere ancorati al bisogno di approvazione, che possiamo essere davvero liberi.

Attraverso un dialogo serrato in cui il giovane pone continuamente dubbi al ragionamento del filosofo, l’invito è quello di ragionare su concetti come la libertà, la comunità, il contributo e l’autenticità, smontando credenze limitanti e facendo riflettere a fondo su concetti estremamente banali ma altrettanto difficili da applicare nella pratica.

Essere felici richiede coraggio, perché significa accettare la propria vulnerabilità, rinunciare al controllo sugli altri (e dei pensieri degli altri su noi stessi), per agire secondo ciò che si ritiene giusto, anche se questo comporta l’incomprensione o il conflitto.

Una lettura che sfida e ispira, adatta a chiunque sia pronto a mettersi in discussione per crescere in qualsiasi ambito.

Se piacerai verrai ascoltato ma se verrai creduto vorranno fare affari con te.” (Zig Ziglar)



La credibilità è ciò che dà un valore economico al personal branding.

Se dai una buona immagine di te e scrivi contenuti di valore per gli altri, avrai una buona possibilità di essere ascoltato… e magari di raggiungere un buon numero di “follower”.

Ma per fare affari o creare un business questo non basta: ci vogliono sostanza, azioni e capacità che sostengano quello che dici per costruire una credibilità solida.

Purtroppo o per fortuna non ci sono scorciatoie.

E questo vale per i professionisti individuali ma anche per le organizzazioni (che per diventare “credibili”, oltre a curare immagine e comunicazione, devono essere in grado di “sostanziare” quello che dicono).

“Se due persone in una stanza sono sempre d’accordo, una delle due è superflua”



Einstein sosteneva che le riunioni in cui si devono prendere decisioni, fossero una grande perdita di tempo quando tutti la pensano allo stesso modo.

E’ storia quotidiana quella di assistere a riunioni in cui c’è solo uno che parla (senza saper “ascoltare” il silenzio degli altri) o meeting in cui le persone sembrano non essere in grado di contestualizzare una divergenza di opinioni per paura di offendere l’altro o di esporsi troppo.

Ma il problema è che buona parte delle riunioni dovrebbero essere organizzate per prendere collettivamente decisioni efficaci… e qualcuno dovrebbe spiegare come si fa a farlo se non si affronta il disagio di mettere sul tavolo pareri discordanti.

Il problema principale nasce dalla nostra incapacità di relazionarci mantendo un perimetro “professionale”.. e di utilizzare il pensiero critico o il confronto di idee diverse senza necessariamente associarli a uno “scontro” da evitare.

Del dissenso ragionato per arrivare a raggiungere la “migliore decisione possibile” ne ha parlato Ray Dalio nel best seller “I principi del successo”, ma ne hanno parlato anche Kim Scott nel libro “sincerità radicale” e gli autori di “conversazioni cruciali”.

Se non impariamo a confrontarci imparando a dire un “no positivo” (dall’omonimo libro di William Ury), ad usare la logica per affermare le nostre argomentazioni e a utilizzare l’ascolto attivo per sentire opinioni divergenti, non potremo mai diventare degli ottimi “decisori”.

In sintesi: il dissenso espone al giudizio ma senza dissenso (gestito correttamente), spesso non c’è vera evoluzione… col risultato che rimaniamo tutti lì: apparentemente sorridenti ma in “slow motion”.

L’illusione del successo…



Qualsiasi sia il concetto che leghiamo al successo, la maggior parte di noi difficilmente riesce ad attribuirselo.

Accade alla stragrande maggioranza delle persone, incluse quelle che agli occhi degli altri “ce l’hanno fatta”.

Questo succede perché quando si raggiunge un traguardo, subito dopo lo si dà per scontato: alzando l’asticella in un processo infinito che mira alla perfezione o a qualcosa di irrealistico che ha il solo effetto di portare a “non accontentarsi mai”.

Ad aggravare la situazione c’è il confronto con gli altri… perché specialmente con l’arrivo dei social, è molto facile constatare come apparentemente ci siano migliaia di persone più brave di noi.

È una distorsione percettiva che porta facilmente fuori strada e che non ci consente di vivere in modo appagante: impedendoci di puntare in alto con moderazione, godere dei passi fatti e misurarsi attraverso metriche “relative” e non assolute (o assolutiste).

Forse dovremmo provare più spesso a chiederci: quanti progressi abbiamo fatto rispetto a qualche anno fa? Se cinque anni fa avessimo saputo di arrivare dove siamo arrivati oggi, quanto saremo stati orgogliosi?

Questo non vuol dire accontentarsi o vedere solo il bicchiere mezzo pieno, ma significa avere una visione più realistica di se stessi, essere più indulgenti e riconoscersi valore mentre si fanno progressi.

Non vuol dire ignorare le proprie debolezze o abbassare le aspettative, ma vuol dire entrare in una mentalità di crescita e di godimento di quello che si è stati in grado di raggiungere: accettando di non essere perfetti, tenendo come obiettivo quello di migliorarsi incrementalmente e astenendoci da paragoni irrealistici.

Qualcosa di più efficace rispetto ad alzare sempre l’asticella seguendo narrative poco sostenibili.

Post liberamente ispirato dalla lettura de “il potenziale nascosto” di Adam Grant

10 motivi per prendersi un periodo di riflessione



Per chi è molto impegnato (quindi per la maggior parte di noi), prendersi una pausa è tanto difficile quanto fondamentale.

Una volta l’anno, ho l’abitudine di prendere un periodo “sabbatico” di cinque giorni in montagna (per praticare il mio sport preferito in un posto che considero come una seconda casa).

Perchè?

I motivi sono moltissimi e del tutto personali: qui ne ho indicati alcuni che ritengo possano essere “trasversali” a chi gestisce una vita professionale impegnativa.

1) disconnettere da tutto per connettersi meglio al rientro… con se stessi, con gli altri e con ciò che ci circonda;

2) mettere a tacere il rumore insopportabile, in cui viviamo per la maggior parte dell’anno;

3) riappropriarsi della connessione fra corpo e mente: qualcosa che spesso trascuriamo ma che è importante per qualsiasi essere umano;

4) “stare” in assenza di obiettivi: per capire meglio che si può vivere anche senza tutto quel carico che siamo abituati a metterci addosso (talvolta senza che nessuno ce lo chieda);

5) vivere senza prendere decisioni: per riuscire a prenderne di migliori quando siamo costretti a farlo;

6) riflettere, nel minimalismo, su quali cose materiali ha senso tenere e quali vale la pena lasciare fra quelle che abbiamo l’illusione di possedere (ma che più spesso, possiedono noi);

7) stare senza famiglia, senza colleghi, senza collaboratori per imparare a convivere coi propri silenzi e con la noia (e percepirli come una risorsa e non come qualcosa da evitare a tutti i costi);

8) isolarsi dai giudizi degli altri per metterne da parte uno più pesante da digerire: quello verso se stessi;

9) prendere distanza dagli errori fatti per guardare più da lontano e con una prospettiva più indulgente a quelli che inevitabilmente verranno;

10) entrare in simbiosi con posto in cui ci sentiamo “sicuri”, per dominare quella insicurezza che alberga in ognuno di noi e che viene inevitabilmente fuori ogni volta che proviamo a fare qualcosa di nuovo o di diverso.

Prendersi un periodo sabbatico è un po’ come intraprendere un percorso di coaching: a volte può spaventare perchè spinge a farsi nuove domande e a trovare risposte laddove convenzionalmente non saremmo mai andati a cercarle.

E’ qualcosa che può spaventare perchè è come guardare nel vuoto (e come diceva Nietzsche: “quando guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”)… ma può essere anche una fonte di spunti interessanti per chi vuole provare a migliorarsi ogni giorno.

Foto a Canazei, Dolomiti (Trentino)

L’importanza di connettere i puntini nella propria professione



Il primo che lo fece in ambito industriale non fu Steve Jobs ma Henry Ford.

Ford inventò la catena di montaggio del modello T (il primo modello che ci fece passare dai cavalli alle automobili su scala industriale).prendendo ispirazione da come funzionavano le linee di squartamento animali dei macelli di Chicago, in cui le carcasse del peso di un automobile, venivano sollevate e movimentate da carrelli sopraelevati.

Le catene di montaggio delle nostre industrie automotive funzionano ancora così.. come i macelli di inizio XXI secolo di “Pork city” (così veniva chiamata Chicago prima di diventare celebre per il proibizionismo, il blues e i “Chicago Bulls”).

Ford fu forse uno dei primi ad aver “connesso i puntini” prendendo idee da discipline diverse mentre Jobs (che prese spunto da un corso di stenografia per sviluppare i caratteri del suo Machintosh), arrivò dopo.

Che siate professionisti, manager o aziende la capacità di “connettere i puntini” è fondamentale: ha a che fare con il pensiero creativo e la capacità di uscire dagli schemi (entrambi sviluppabili con una formazione dedicata sui temi di agilità intellettuale).

In NeNet lo facciamo (per aziende), con programmi appositi che consideriamo un po’ l’avanguardia per qualsiasi tipo di professione non strettamente legata a ciò che possono fare comodamente dei robot….