“Il peso deve stare dove è la racchetta”…
Una frase che Sinner sentì dal suo ex allenatore Riccardo Piatti.
Un’affermazione apparentemente banale che sottende un concetto applicabile anche nella nostra carriera professionale.
La racchetta rappresenta l’insieme dei nostri strumenti: ciò che ci danno in mano prima di scendere in campo (la possibilità di accesso allo studio o le opportunità di lavoro create dalla nostra famiglia) e le competenze che acquisiamo lungo il percorso.
Il peso rappresenta quello che siamo (i nostri valori, le nostre capacità naturali, il nostro “DNA”, quello per cui siamo portati e i nostri migliori talenti).
Nel tennis la massima potenza in un colpo, si esprime quando il peso è tutto dove sta la racchetta.
Nel lavoro, se il peso non è tutto “dove sta la racchetta” (e quello che siamo intimamente non è in linea con quello che facciamo), il risultato delle nostre azioni è destinato a essere poco più che mediocre.
Tutti gli allenatori dei migliori al mondo spendono energie enormi per far sì che i loro atleti mettano il peso dove è la racchetta… ma quanti di quelli che hanno cura del nostro sviluppo e della nostra carriera (inclusi noi stessi), hanno la stessa attenzione?
Quanti lavorano una vita provando a tirare “il colpo vincente”, senza preoccuparsi prima di allineare quello che sono con quello che fanno?
E quanti lavorano davvero per mettere il peso dove sta la racchetta?
Quanto talento (nostro e altrui) sprechiamo quando non ci alleniamo in questa direzione?
Il lato umano dell’impresa (#16-2025)
Un invito a ripensare le imprese.
Da organizzazioni meccanicistiche a organismi pieni di vita, le aziende odierne devono affrontare sfide nuove in cui la crescita umana e professionale della persona deve necessariamente passare in primo piano.
Fino a pochi anni fa era impensabile parlare così intensivamente di welfare, di benefit, di sicurezza psicologica e di benessere al lavoro: i design degli uffici erano paragonabili a fredde sale di ospedale e il focus era esclusivamente sul raggiungimento della massima efficienza e dei risultati.
Complice la “knowledge era”, l’accelerazione tecnologica e gli strascichi di un periodo troppo lungo in cui il lavoro era una dimensione completamente separata dalla vita privata, oggi le esigenze sono cambiate: nuove generazioni si affacciano sulla scena, rinnovate consapevolezze hanno alzato le aspettative e lo smartworking ha generato opportunità e difficoltà inedite.
A differenza di quello che accadeva fino a pochi anni fa, oggi si parla di contesti VUCA (volatili, incerti, complessi e ambigui) o BANI (fragili, ansiosi, non lineari e incomprensibili): acronimi che descrivono scenari che richiedono approcci nuovi, una forte adattabilità e un cambiamento di mentalità a cui la maggior parte delle persone non è abituata.
Le sfide odierne sono prevalentemente “umane” e richiedono maggiore ascolto, maggiore attenzione ai segnali che provengono da molteplici direzioni, maggiore capacità di lettura dei cambiamenti di contesto e maggiore sensibilità alle esigenze di tutti: sfide che devono passare da un confronto costante, da conversazioni di qualità, da feedback continui e dall’acquisizione di una mentalità dinamica orientata al miglioramento continuo.
Affrontarle efficacemente, significa dare a quello che facciamo ogni giorno uno scopo più alto e ristabilire quel senso di comunità e di impatto in grado di far riappassionare le persone a un ambito che non dovrebbe essere visto solo come un dovere, ma qualcosa in cui valga la pena spendere metà del nostro tempo utile.
“Il lato umano dell’impresa” non è solo un libro sulla trasformazione organizzativa ma un viaggio di crescita personale e professionale, e un invito a ripensare le aziende come comunità di persone che crescono, si realizzano e rendono quello che facciamo più significativo e maggiormente produttivo.
Una lettura scorrevole che lascia un’idea semplice ma potente: le imprese possono e devono diventare luoghi di sviluppo umano in cui il potenziale di ciascuno concorre al bene comune… e in cui quello che si “crea”, non si limita al mero profitto ma si estende alla società in senso più ampio.
Perché preferiamo i social al pensare…
“tutta l’infelicità umana deriva da una cosa sola non riuscire a stare tranquilli in una stanza” scriveva Blaise Pascal
Una ricerca svolta nel 2014 dal Dipartimento di psicologia dell’Università della Virginia, arrivò alla conclusione che le persone detestano l’idea di annoiarsi o stare soli a pensare.
Venne chiesto ai partecipanti di stare 15 minuti a pensare senza fare assolutamente niente.
Dopo alcuni esperimenti, venne data la possibilità a chi voleva, di infliggersi una scossa elettrica per terminare in anticipo la prova.
Sorprendentemente, il 67% degli uomini e il 25% delle donne scelse quest’ultima opzione.
È da notare che in precedenza tutti i partecipanti che avevano ricevuto una scossa elettrica, si erano dichiarati disposti a pagare pur di non riceverne un’altra… il che, con le dovute eccezioni e ragionevoli attenuanti, porterebbe a pensare che per molte persone stare soli con i propri pensieri per un tempo relativamente lungo sia persino peggiore che ricevere una scossa elettrica.
Al di là della relatività delle conclusioni, tutto questo trova un parallelo interessante con il nostro rapporto con la noia e la necessità compulsiva di accedere regolarmente a smartphone e social per scappare da dinamiche che ci porterebbero a fare introspezione, confrontarci con noi stessi e stare soli coi nostri pensieri.
La moneta più preziosa della nostra epoca è la reputazione…
Abbiatene cura sempre perché, con la logica dell’interesse composto, può farvi diventare veramente “ricchi”.
Viviamo in un mondo immateriale, scambiamo bit invece di beni e ogni cosa che facciamo è sotto gli occhi di tutti… specialmente se abbiamo una rilevanza mediatica o se occupiamo posizioni di leadership.
In questo contesto non possiamo nasconderci e ciò che acquisisce sempre più importanza è la fiducia, le relazioni, quello che sapete dare agli altri, il ricordo che avete saputo lasciare nei posti in cui siete stati e la coerenza fra quello che avete detto e quello che avete fatto.
In questo mondo in cui Internet e i social sono (nel bene e nel male) un grande megafono, la reputazione è ciò che raccoglie tutti questi elementi… ed è la cosa più di valore che abbiamo.
Averne una cura costante non è più un’opzione e fare attenzione a come la gestiamo non è qualcosa da cui si può più prescindere.
Anche perché, come diceva Warren Buffet: “ci vogliono vent’anni per costruirla e cinque minuti per distruggerla”.
Se vuoi le prestazioni a lavoro, cerca “l’ataraxia”
L’atarassia in filosofia è uno stato di imperturbabilità e serenità interiore, spesso associato alla capacità di mantenere l’equilibrio di fronte alle vicissitudini.
È un concetto centrale nelle filosofie ellenistiche, tra cui lo scetticismo pirroniano (300 a.C.)
Ma come si raggiunge l’atarassia?
Sospendendo il giudizio (“coltivare il dubbio”: non affermare né negare nulla con certezza);
Provare distacco verso le cose…. Non negandone l’importanza ma dando la dimensione giusta e mettendole in prospettiva.
L’atarassia è uno stato lucido e di grande serenità, caratterizzato dalla libertà dalle preoccupazioni, dalla capacità di lasciar andare e da quella di essere “centrati” con sé stessi e con l’ambiente circostante: una delle caratteristiche fondamentali della leadership (oltre a una prerogativa di chi riesce ad “alzare sempre l’asticella” dei propri risultati).
Vincere sporco (#15/2025)
Non è solo un libro per tennisti…
“Io ho vinto un sacco di partite che avrei dovuto perdere, mentre tu hai perso un sacco di partite che avresti potuto vincere. Penso di esserti utile”
Così Brad Gilbert, giocatore di tennis dotato tennisticamente meno di altri (ma che ha vinto molte partite da posizioni di ranking più basse dei suoi avversari), convinse il numero uno mondiale Andre Agassi a farlo diventare il suo coach.
Chi gioca a tennis sa che la tecnica occupa una parte importante ma che l’aspetto mentale è ancora più fondamentale per competere ai massimi livelli.
“Vincere sporco” è un libro che spiega in modo fenomenale metodi e strumenti per poter fare un salto di qualità a livello mentale e aggiudicarsi partite anche quando non si hanno le carte in regola per poterlo fare “tecnicamente”.
Un capolavoro di strategia psicologica che ho trovato utilissimo anche quando il rettangolo di gioco non è in terra rossa.
Consigli utili che fanno focus su aspetti fondamentali come:
- preparare la sfida ben prima di scendere in campo: attraverso gli strumenti giusti, il riscaldamento corretto e metodi “scaccia tensione” per superare il nervosismo pre-partita;
- giocare con intelligenza: tramite lo studio dell’avversario, l’analisi approfondita del suo gioco e la comprensione della sua psicologia.
- Studiare tecniche per affrontare la partita e superare le difficoltà, le emozioni e il nervosismo: con l’utilizzo di stratagemmi mentali, l’uso delle armi degli avversari e la “gestione degli imbroglioni”
- Imparare a “salire sulle spalle dei giganti”: attraverso lo studio dei migliori per trarre lezioni da poter applicare al proprio gioco
Un libro che aiuta a trasformare i propri punti di debolezza in punti di forza, attingendo alla strategia come leva per pareggiare o minimizzare le differenze che ci sono quando ci si confronta con avversari (o forze) più grandi di noi.
Se siete dei professionisti amanti di strategia che vogliono alzare il proprio “livello”, non potete perdervi questo libro… anche se non giocate a tennis
Cosa possiamo imparare dalla Finlandia e perché sembra essere il paese se più felice al mondo…
Anche se non è sempre tutto oro quel che luccica (se siete meteoropatici certi luoghi non fanno per voi), la Finlandia è stata riconosciuta come il paese più felice al mondo per il settimo anno consecutivo da un rapporto del World Happiness Report 2024 che tiene conto di:
• PIL pro capite;
• Supporto sociale;
• Aspettativa di vita sana;
• Libertà nelle scelte di vita;
• Generosità;
• Percezione della corruzione.
Questi fattori contribuiscono a determinare il livello di felicità percepita nei diversi paesi (che peraltro sono molto legati a quelli che determinano soddisfazione in ambienti lavorativi “sani”)
La Finlandia eccelle in particolare per:
• un forte senso di comunità;
• un alto livello di fiducia nelle istituzioni;
• L’accesso inclusivo a servizi di qualità;
• un ottimo equilibrio tra vita lavorativa e privata.
Questi elementi contribuiscono al benessere generale della popolazione finlandese, favoriti da una stretta connessione con la natura e da un impegno attivo per la sostenibilità ambientale e personale.
Per quanto riguarda l’Italia, nel 2024 si è posizionata al 41° posto nella classifica globale della felicità…
Foto dell’aurora Boreale in Lapponia
Quali sono le caratteristiche di un “bel lavoro”?
Quando è che possiamo dire che un lavoro vale la pena del tempo che spendiamo per farlo?
Un bel lavoro è tale quando:
– Ha significato.
– Produce risultati di qualità per sè e per gli altri.
– È svolto con metodo.
– È riconosciuto e valorizzato.
– È sicuro.
– È flessibile.
– È cooperativo, inclusivo e aperto.
– È dinamico.
– Permette di imparare e crescere professionalmente
Punti e spunti che vengono trattati nel testo “Un bel lavoro di Alfonso Fuggetta” (su segnalazione di Sebastiano Zanolli)
Fondare un’azienda è un’idea del C (#14-2025)
Un racconto di un content creator giovanissimo che a pochi mesi dalla laurea decide di diventare un imprenditore digitale.
In questo libro si descrivono luci e ombre dell’attività in proprio: soddisfazioni e successi ma anche notti insonni, weekend spesi a lavorare e crisi interiori profonde.
Un’analisi lucida e colorita, fatta da una persona che, al contrario di molti altri della sua generazione, è riuscita a farsi spazio nell’attenzione di un mondo lavorativo competitivo, spietato e poco propenso verso le novità… uno spazio pagato a un prezzo molto alto.
La differenza nei risultati la fa la fiducia (anche se non lo abbiamo ancora capito bene)
La mancanza di fiducia alimenta la mancanza di fiducia così come la fiducia alimenta la fiducia.
Le persone danno il massimo per te se si fidano di te: come collega, come collaboratore, come leader e come persona in grado di sostenerli, di farli crescere o di proteggerli.
E le stesse danno il minimo di quello che possono dare se non sentono di potersi “fidare” o se hanno paura delle conseguenze nel poter dire o fare qualcosa.
Scale gerarchiche troppo alte, micromanagement e job title troppo restrittivi, minano la sicurezza e la confidenza delle persone innescando dinamiche che limitano il potenziale individuale e quello di gruppo.
La fiducia è peraltro l’unica cosa che è un pre-requisito per tutti quegli strumenti di flessibilità che pretendono quelli che hanno un minimo di talento da poter spendere (come lo smartworking).
Insomma, se non c’è fiducia bisogna rassegnarsi ad accontentarsi di chi rimane… togliendo il gas e facendo il minimo indispensabile.