Attività Divertenti per Trainer (#9-2025)
“Attività Divertenti per Trainer” di Giulio Ravanelli è una raccolta di 76 attività progettate per facilitare l’interazione e l’engagement nei corsi di formazione.
Le attività proposte richiedono poca preparazione, durano meno di 15 minuti e non necessitano di materiali specifici, rendendole facilmente implementabili in vari contesti formativi.
Un ottimo spunto per chiunque voglia arricchire le proprie sessioni formative con esercizi dinamici e coinvolgenti, migliorando l’esperienza di apprendimento dei partecipanti.
Perché dovreste tenere un diario… (soprattutto se fate un lavoro “cognitivamente” impegnativo)
“Tenete un quaderno di appunti; tenetelo con voi mentre viaggiate, mentre mangiate, mentre dormite… sbatteteci dentro ogni pensiero vagabondo che vi svolazza nel cervello” (Jack London).
L’elenco delle persone che in tempi antichi e moderni hanno avuto la costanza di scrivere un diario è incredibilmente lungo; tra i tanti: Oscar Wilde, Marco Aurelio, la regina Vittoria, Ralph Valdo Emerson, Virginia Wolf, Martina Navratilova Benjamin Franklin, Leonardo da Vinci e John Fitzgerald Kennedy.
Alcuni lo scrivevano tutte le mattine, altri solo sporadicamente.
I migliori di questi non sono mai stati scritti per un lettore… ma hanno rappresentato strumenti utili e fondamentali per gli autori.
Un diario o una scrittura giornaliera, servono infatti a rallentare il lavoro mentale, a essere più lucidi e a fare pulizia e chiarezza.
Tenere un diario è anche un modo per porsi delle domande scomode, uscire dalla zona di comfort ed esplorare quello che facciamo per ritrovarne scopo ed essenza.
Alcune delle domande che possono emergere scrivendo, possono essere:
– ho fatto qualcosa di significativo oggi?
– qual è il passo più piccolo che posso fare domani per raggiungere un risultato molto più grande in futuro?
– quali aspetti/caratteristiche/convinzioni positive emergono in quello che faccio quotidianamente?
– quello che faccio lo faccio per me o per gli altri?
– qual è la scelta più difficile che sto rimandando o evitando di fare?
– ho il controllo delle mie paure o sono loro a governare me?
– In che modo le difficoltà che ho incontrato oggi rivelano i limiti del mio carattere?
Sono domande profonde, che spesso i più grandi talenti della storia si sono fatti, trovando risposte che li hanno aiutati nei loro percorsi per diventare “grandi”.
“La cosa più importante a cui tengo è la reputazione”
Qualche anno fa un mio capo alzó la testa con uno sguardo di sorpresa quando gli dissi che quella era una delle poche cose che mi interessavano.
Avevo già provato con scarso successo a fare “il gioco breve”: quello in cui passi da uno status a un altro inseguendo passaggi di carriera o di stipendio.
Ma nel gioco lungo niente di tutto questo conta.
La reputazione è il grado di professionalità che gli altri ti attribuiscono e, sul lungo termine, è il fattore che può influire maggiormente su tutto il resto.
È l’unica cosa su cui possiamo avere un controllo, ed è l’unica cosa che conta veramente.
Non bisognerebbe mai scendere a compromessi con la reputazione e non lasciare mai che errori o eventi esterni possano scalfirla.
La reputazione è parte della nostra identità: è connessa con la credibilità, il rispetto, la stima e l’affidabilità della nostra persona agli occhi degli altri.
È la nostra reputazione a decidere quanto verremo pagati, se siamo meritevoli di un salto di carriera o della fiducia necessaria per un grosso incarico.
Costruirla è una lunga faccenda.
Un proverbio diceva: “vale più un’oncia di reputazione che una libbra d’oro”
Einstein rincarava: “non sforzarti di essere una persona di successo, ma di essere una persona di valore” (con una gran reputazione)
Buffett infine disse: “ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla”
Se state mettendo stipendio e carriera al primo posto state facendo un gioco di breve… ma se volete diventare dei professionisti “a prova di tutto”, è la reputazione l’unico fattore di cui dovete aver cura.
Van life revolution (#8-2025)
“Home is where you park it”
Questo lo slogan e l’essenza di chi fa della vita in van uno stile di vita.
Il libro parte dal cambiamento delle abitudini lavorative e dall’apertura delle possibilità date dallo smartworking per parlare delle persone che decidono di intraprendere la vita dei “nomadi digitali”.
Esplora la crescente comunità di persone che scelgono di vivere e viaggiare in furgoni convertiti, camper e altri veicoli ricreativi guidando alla scelta del mezzo giusto e facendo riscoprire i “perchè” di una vita itinerante.
Libro leggero, a tratti ripetitivo ma con ottimi spunti per chi vuole aprire nuove strade ed esplorare vantaggi e svantaggi di una scelta di vita
“Noi lavoriamo solo coi migliori”…
Lo sentiamo dire spessissimo da chi vuole promuovere qualcosa…
…già, ma chi sono “i migliori”? Esiste davvero un concetto univoco?
Ognuno ha la sua definizione ma per noi i “migliori sono” quelli che si dedicano a una causa e spendono le loro migliori energie per inseguirla.
Sono quelli che mettono al primo posto integrità ed etica, che non mollano mai e che portano avanti le loro attività con passione e dedizione.
Sono quelli con cui passeremmo del tempo anche al di fuori della dimensione lavorativa e che ci aiutano a creare esperienze trasformative che rendono altre persone “migliori”.
E ultimo (ma non ultimo), sono quelli che sono delle vere e proprie “istituzioni” nel proprio campo: professionisti che hanno un talento da coltivare ogni giorno e che sono mossi da quella sana ossessione che è l’unico motore per raggiungere risultati eccellenti.
Quando ci alziamo la mattina tutti dovremmo chiederci se quello che stiamo facendo ci rappresenta, se abbiamo uno scopo e una direzione e se stiamo lavorando davvero con quelli che per noi sono “i migliori”.
E se la risposta è negativa, non dovremmo smettete mai di cercare fino a che non li avremo trovati.
Come nascono le storie (#7-2025)
Come nascono le storie?
Senza dubbio questo è uno dei libri migliori che abbia mai letto sulla narrazione.
Perché?
Perché come ogni ottima storia fa vivere il viaggio dell’eroe di chi l’ha scritto.
L’arte di raccontare è qualcosa che l’uomo si porta dietro dalla notte dei tempi: quando si riempivano le caverne di “pittogrammi” e quando, qualche migliaio di anni dopo, le tribù si riunivano attorno al fuoco.
Ai tempi, gli anziani utilizzavano le “storie” per mettere in guardia i giovani dai pericoli dell’ambiente circostante e garantire la sopravvivenza della specie.
Oggi vengono raccontate per intrattenere, appassionare, stupire o portare alla luce quelle verità nascoste che stanno dietro i grandi reportage o i fatti di cronaca vera.
Per raccontare una buona storia non basta il contenuto: serve lo sguardo dell’autore, il suo acumen, la sua capacità di immedesimarsi negli intrecci di vita, nei sentimenti, nei misteri dei protagonisti ma anche nelle emozioni dei lettori.
Servono un punto di vista unico, ritmo, colore, ma anche la capacità di dar voce a protagonisti inascoltati e di dare spazio a punti di vista inediti che facciano breccia nell’immaginazione di chi legge, vede o ascolta.
Con colori vividi e condividendo la propria storia personale, Pablo trincia ci guida in un “viaggio nel viaggio”: quello delle grandi narrazioni in grado di appassionarci, coinvolgerci e farci sentire parte integrante delle stesse.
In un ritmo incalzante, l’autore spiega i trucchi del mestiere: dalla ricerca delle fonti, all’esplorazione dei “fatti”, alla struttura di una buona storia… ma rivela anche i vuoti e i drammi che si vivono andando alla ricerca degli elementi universali che legano protagonisti e pubblico.
Quegli elementi che costituiscono quel collante invisibile che unisce protagonisti e spettatori, attori e narratori… e che rivela una verità di fondo: siamo parte di una stessa grande comunità che si assomiglia nelle emozioni primarie (quelle su cui fa leva qualsiasi ottima “storia”)
Se non hai mai tempo per pensare a come stai lavorando, difficilmente troverai il modo di farlo meglio…
Nei mesi scorsi ho fatto dei workshop sul “pensiero strategico” per un’azienda ma il problema maggiore è che per avere un pensiero strategico bisogna avere il tempo per pensare…
È così che prima di parlare di come essere più “strategici” o di come fare per “pensare meglio”, dovremmo spremere le meningi per capire come creare tempo, resistere alle pressioni, staccarsi dall’eccessivo senso del dovere ed evitare di perseguire troppo l’efficienza (la velocità) a scapito dell’efficacia (dove vogliamo andare).
Trovare tempo per pensare è un prerequisito per pensare meglio… perché possiamo fare tutto i corsi più belli del mondo, ma se non troviamo il tempo per fermarci, è difficile riuscire a trovare la lucidità necessaria per fare cose più soddisfacenti e piene di significato.
Prima di esercitarci a “pensare strategicamente”, è utile programmare un po’ di tempo ad hoc e impegnarlo in attività che portano il nostro cervello lontano dai luoghi di lavoro o da quelli più “familiari” (in modo da ossigenare la mente, fare pulizia e prepararla per attività qualitativamente migliori).
Vivete di ragione e non di conformismo..
Moltissime persone inseguono più o meno inconsciamente qualche forma di conformismo… non necessariamente per loro responsabilità ma per un sistema che non incentiva il pensiero critico e l’uso della (propria) ragione.
Seneca scriveva:
“Tutti vogliono vivere felici ma hanno l’occhio confuso quando devono discernere ciò che rende felice la vita.
La regola alla quale dobbiamo più fedelmente attenerci è quella di non seguire come pecore il gregge che ci cammina davanti dove tutti vanno, ma quello di capire dove si deve andare”.
Spesso ci comportiamo come gli altri per prassi, per consuetudine, per abitudine e per non essere giudicati..
Un esempio lampante della nostra tendenza al conformismo emerse con gli studi sulla conformità sociale ispirati dall’esperimento di Solomon Asch: un partecipante entra in un ascensore dove ci sono altre persone (complici dell’esperimento) che si girano tutti verso una direzione insolita, come ad esempio il fondo o un lato, anziché verso la porta: man mano che il gruppo cambia direzione, il partecipante tende a seguire il comportamento del gruppo, conformandosi alla postura e alla direzione degli altri.
Questo esperimento mostra come la pressione sociale possa influenzare il comportamento anche in situazioni assurde o prive di senso, e di come tendiamo spesso a seguire il comportamento altrui per non sentirci “fuori posto” (anche se non vi è alcuna logica nel farlo).
In conclusione spesso ci lamentiamo del fatto che in alcuni ambienti vige il detto “abbiamo sempre fatto così”… ma altrettante volte siamo noi stessi a contribuire a questo comportamento senza realizzarlo compiutamente e infilandoci in strade affollate che non ci portano dove vogliamo andare.
Anche per questo abbiamo fondato NeNet: un luogo “non luogo” in cui sviluppare un pensiero critico per trovare “la propria strada”.
Memento per giovani in carriera…
Passano i secoli e i millenni ma la saggezza rimane immortale.
Seneca nel 50 avanti cristo sembrava già avvisare
i giovani che ambivano a ruoli di potere, con parole che le persone con molta esperienza in azienda potrebbero usare oggi:
“Quando udirai nel foro un nome illustre, non provare invidia: codesti onori si ottengono pagando con la vita.
Questi individui consumeranno tutti i loro anni perché uno solo sia contrassegnato dal loro nome.
Alcuni sono stati piantati in asso dalla vita all’inizio della loro lotta prima ancora di poter raggiungere il traguardo a cui ambivano.
Altri, dopo essere riusciti attraverso mille bassezze a raggiungere l’apice della carriera, si sono accorti con delusioni di avere tanto faticato per un epitaffio”.
Ovviamente esistono le debite eccezioni… ma è necessario ricordarsi che spesso sono “eccezioni” e non la regola.
Neuroscienze della narrazione (#6-2025)
Neuroscienze e narrazione…
Non è una novità ma qualche giorno fa, parlavo con un dirigente del settore “food” che mi raccontava (con estremo dettaglio) di quanto i numeri delle “vendite” siano condizionati dal posizionamento dei prodotti nello scaffale, dall’illuminazione, dalla grafica, dai loghi, dai caratteri, dalle parole e da tutta una serie di elementi inseriti in una “cornice” che serve a “impressionare” aree diverse del nostro cervello per spingerci finalmente all’acquisto.
Se prima questa era una prerogativa di settori specifici, non sta passando inosservata la tendenza a sfruttare questi meccanismi in una quantità di ambiti sempre più ampia.
Si parla di “storytelling” e persino marchi e settori che godevano di monopoli/oligopoli assoluti, si stanno dando da fare per imparare a raccontare “la propria storia” e lasciare impressa nella nostra mente (a suon di marketing “strategico”), la qualità di quello che fanno.
Le “storie”, lo “storytelling” e tutto ciò che sta dietro a quella “parabola dell’eroe” di Vogel e Campbell che guida i migliori pezzi di cinematografia e narrazione, è strettamente connesso a ciò che succede nel nostro cervello.
Qualcosa di cui mercanti, oligarchi, politici e strateghi hanno sempre utilizzato sapientemente… ma cosa ne sarà in futuro? quali nuovi “usi” ne stiamo facendo nell’era dei social? quali saranno i risvolti nella nascente era dell’intelligenza artificiale?
Nessuno ha la sfera di cristallo, ma le neuroscienze ci danno una mano a capire cosa succede realmente nella nostra mente (quali parti si attivano, perché e come), quando riceviamo stimoli di un certo tipo.
l libro è diviso in due parti: una prima in cui si introducono i concetti fondamentali delle discipline scientifiche e della narratologia, e una seconda in cui si esaminano le applicazioni pratiche delle scoperte neuroscientifiche in vari settori.
Conclude infine con una riflessione sui rischi legati al loro uso in combinazione con le nuove tecnologie, nella creazione di fake news e di narrazioni manipolative, sollevando importanti questioni etiche e giuridiche.
Un testo che ho trovato interessante e a tratti non semplice… ma utile per capire meglio e in maniera scientifica, ciò che succede quando un oceano di stimoli e informazioni bombarda l’organo più complesso del nostro corpo (e quello attraverso cui passano tutte le decisioni che prendiamo).