Ultimo viene il leader

di Simon Sinek pag. 267 27 Luglio 2020

Un libro straordinario sulla leadership “partecipata”.

Da sempre Simon Sinek si distingue per il suo approccio sociale alla leadership, partendo dall’etologia e spiegando con esempi e metafore come mai il concetto di leader si associa a quello di capo tribù o di genitore.

Logica conseguenza del suo primo best seller (“partire dal perchè”), l’autore punta su un modello di condivisione, assunzione di responsabilità e protezione dei propri membri.

Numerosi gli esempi di aziende di successo che hanno fatto di questo stile un vero e proprio mantra.

Il dress code imposto dall’azienda andrebbe pagato come uno “straordinario”..

..Se un’azienda al momento dell’assunzione richiede un dress code che non è nel tuo stile, tu cosa fai?

Se hai bisogno del lavoro accetti senza batter ciglio…ma così facendo è come se applicassi uno “sconto” alla tua prestazione.

Se la cravatta fa parte del tuo abbigliamento standard o se serve a te ed alla tua immagine allora nessun problema… ma se non ti rappresenta e soprattutto non c’entra niente con la mansione che ti stanno offrendo, accondiscendere a mettertela è come negoziare a costo zero un servizio aggiuntivo..

Visto che, ad esclusione di alcune specifiche mansioni, la cravatta non è un bene che aumenta o diminuisce il tuo valore professionale (o l’immagine dell’azienda), questa dovrebbe essere considerata come un accessorio o un “servizio in più” (che quindi va pagato alla stregua di uno “straordinario”).

Il concetto più profondo è che nessuno dovrebbe snaturarsi (nè nello svolgimento di una prestazione nè tantomeno per qualcosa che non c’entra niente con la prestazione stessa) e se proprio dobbiamo farlo, almeno dovremmo richiedere un compenso…

D’altronde se il dress code fosse un servizio a pagamento, probabilmente ci sarebbero cravatte solo dove servono…

Una lezione di leadership.. dai romani…

Perchè i romani sono riusciti a dominare per secoli?

Avevano un esercito imbattibile ed un’organizzazione di primo livello: fra le varie tecniche di difesa che li rendevano inespugnabili, ce n’era  una che si chiamava “formazione a cerchio” (Orbiter o “cerchio della sicurezza”), grazie alla quale ogni soldato copriva le spalle all’altro creando un sistema più sicuro per fronteggiare il nemico.

Nonostante si sia dimostrato vincente per secoli,  “il cerchio della sicurezza” non è ancora un modello di riferimento per la maggior parte delle organizzazioni aziendali, che affrontano competitors e mercato con formazioni in cui ognuno si muove singolarmente.

La ragione risiede nella logica del “breve termine”: si guarda all’obiettivo di corto raggio, ai guadagni degli azionisti ed alla singola prestazione che può garantirli.

I romani dovevano sopravvivere per generazioni, noi “fino al prossimo quarto”.

Con questa logica è evidente come chiunque faccia parte di un’organizzazione, sia poco stimolato a creare dei “cerchi di sicurezza”.

In aziende con uno stile “pre-romanico” ogni individuo  viene premiato più per la capacità di vincere una singola battaglia in solitudine, piuttosto che per la capacità di far vincere l’intera guerra alla squadra di cui fa parte.

Con questa prosepttiva si capisce bene come i leader di queste aziende non riescano a vedere i propri teams come “formazioni a cerchio” ma come cluster di persone nei confronti delle quali posizionarsi o davanti (simulando atti eroici di dubbia efficacia) o dietro (chiudendosi a doppia mandata nelle “stanze del comando”).

In un’azienda post-romanica ogni individuo dovrebbe invece porsi allo stesso livello degli altri, contribuendo a dare solidità al gruppo e verificandone la compattezza lungo il cammino… proprio come facevano i romani…

Generalisti VS specialisti

Prechè reisci a lggeere quetso tetso?

Perchè il nostro cervello va molto più veloce di quanto pensiamo e perchè sebbene abbia la tendenza a “specializzarsi” è un “generalista per definizione”.

Siamo specialisti per condizionamento: “trova la tua strada, laurati e specializzati” (un grande classico spesso proferito da chi non ha saputo essere nè specialista nè generalista).

Siamo specialisti perchè il nostro cervello tende maggiormente a razionalizzare (cercando di dare una logica, etichettare, catalogare e definire), piuttosto che accettare l’idea di insicurezza che inevitabilmente si porta dietro “l’essere generalista”

Siamo specialisti perchè pensiamo sia meglio essere un pesce arenato su una sabbia o un verme che affoga in uno stagno piuttosto che un anfibio che non è “nè carne nè pesce” (ma che a dispetto del suo aspetto ha molta più probabilità di sopravvivere in un ambiente in continuo cambiamento).

Siamo specialisti perchè abbiamo la tendenza a focalizzare ed a “zoommare” per cercare chiarezza… privilegiando la parte razionale a discapito di quella più intuitiva  (che “acchiappa al volo” il contesto e riesce a collegare rapidamente tutti gli elementi per dare un senso alle cose)  

Cerchiamo di essere specialisti ma il nostro cervello si esprime al meglio quando abbiamo poche informazioni da discipline diverse e le mettiamo insieme con creatività, collegandole trasversalmente e guardando ad un insieme di grado maggiore (cosa che peraltro hanno fatto tutti i più grandi “inventori” della storia).

Non c’è niente di personale ma il nostro cervello funziona così… e non ha bisogno di una specializzazione in lettere per consentirci di “ptr lggeere quetso tetso”…

“Il cazzeggio..”​: una soft skill importante

La traduzione in italiano avrebbe potuto essere migliore ma “il potere del cazzeggio” è un libro brillante che spiega perchè la distrazione rende più intelligenti… 

Il testo, con tanto di basi “scientifiche”, parte dall’assunto che NESSUN essere umano può lavorare continuativamente senza sosta (aggiungerei: se riesci a farlo molto probabilmente il tuo lavoro è simile a quello di una macchina…. quindi facilmente sostituibile..).

Indipendentemente dalle proprie caratteristiche personali, saper programmare il “RITMO” e la “DURATA” delle proprie pause, porta inevitabilmente ad incrementare l’efficienza…

La giusta alternanza fra lavoro duro e “cazzeggio” è un’arte che si affina col tempo e nonostante sia molto personale, parte da due pre-requisiti universali:

– la profonda conoscenza di se stessi (e dei propri “cicli”)

 – la capacità di settare i propri ritmi indipendentemente dalle scadenze, dai giudizi altrui e dai sensi di colpa

 D’altronde, se non sappiamo di cosa abbiamo bisogno (o se lo sappiamo ma non riusciamo ad imporlo alla “società”), ogni attività ludica può risultare inefficace o addirittura controproducente: quanti di noi sono tornati da una vacanza più stanchi di prima?!?.

 Come quello strumento “in più” all’interno di un’orchestra, il potere del cazzeggio sta nel tempismo: sapere quando farlo (e quando rimettersi al lavoro per massimizzarne l’effetto), è il frutto di un’azione combinata fra corpo e mente che richiede sensibilità ed esperienza.

L’arte del cazzeggio è in conclusione una “soft skill”… e chi la sa padroneggiare non dovrebbe nasconderla..

L’altra faccia dell’ufficio brevetti..

Einstein, nei primi del 900, lavorò per una decina di anni all’ufficio brevetti del governo svizzero…

Come spesso succede, molte persone che erano lì per presentare la propria “invenzione”, lo guardavano dall’alto in basso, ignari che quel commesso stesse “brevettando” di notte qualcosa di molto più importante di qualsiasi altra cosa avrebbero mai potuto presentargli durante il giorno..

Nonostante questo, Einstein faceva il suo lavoro con dignità, trattandolo alla stessa stregua dei suoi studi sulla relatività.

“Albert”, con la sua lingua lunga e la faccia da “scienziato pazzo”, ci insegna che è bene non giudicare nessuno dal lavoro che svolge.

Ci insegna anche che nella vita è sempre bene avere una “base” stabile, ma anche interessi da coltivare “off line” (in linea con le proprie ambizioni/aspirazioni).

Non tutti quelli che lavorano all’ufficio brevetti diventano scienziati… ma se di giorno vedi un corriere portare dei pacchi, sai che idealmente potrebbe essere il prossimo Jeff Bezos…

“Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, anche il cervello degli altri”.

Una grande maggioranza di quelli che si definiscono “professionisti”, guarda ai concetti di ascolto ed empatia come retorica da “New age”.

Empatia ed ascolto, così come curiosità e creatività, sottendono invece qualità sofisticate, che sono sintomo di un tipo di intelligenza non necessariamente solo emotiva.

Quando ne verrà capita l’essenza, riusciremo ad avvicinarci al pensiero di Leonardo o di Einstein, grandi geni specialistici ma anche grandi ascoltatori, curiosi, creativi ed “empatici”.

Tra l’altro, non essendo come Einstein o Leonardo, è probabile che avremmo più bisogno del cervello degli altri piuttosto che del nostro..