L’eccellenza è scomoda (e per questo, non viene fuori).



Tutti parlano di eccellenza e talento: vengono richiesti nei “job posting” e sono al centro delle discussioni quando si parla di “attraction” e “retention”.

Ma c’è un problema: l’eccellenza raramente si manifesta perché non è “comoda”.

Per eccellere, un talento (inteso come capacità) deve poter uscire dagli schemi, spingersi oltre, proporre qualcosa di nuovo: un metodo, un processo o un modo diverso di pensare o di lavorare.

Ma quando lo si fa davvero, spesso accade una cosa strana: il sistema si mette in allarme.

Non perché viene fatto qualcosa di scorretto o sbagliato, ma perché si esce da ciò che è ritenuto controllabile e si mostrano possibilità senza che queste siano state vagliate, controllate o guidate dallo status quo.

In contesti dove stare nellla media è un valore (facendo diventare la mediocrità una “norma condivisa”), esprimere al meglio le proprie capacità può dare fastidio.

Chi eccelle viene prima applaudito, poi ridimensionato, poi invitato (più o meno esplicitamente) a rientrare nei ranghi.

Per non far sentire gli altri “inadeguati” e per non mettere in crisi processi, ruoli, gerarchie esistenti (anche se quei sistemi, fondamentalmente intelligenti, sono i primi a riconoscere l’importanza di un cambiamento).

Una bella contraddizione che porta a una domanda: siamo pronti per sostenere ciò che chiediamo a gran voce?

Oppure vogliamo solo una versione addomesticata dell’eccellenza?

Un punto cruciale e una riflessione profonda che assomiglia molto a un “corto circuito” da cui è difficile (ma fondamentale) uscire.

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