Si parla tanto di “gender gap” ma abbiamo un problema culturale molto più profondo…

…che è quello di aver impostato “società delle performance” in cui non c’è spazio per fermarsi.

Sono stato un “workaholic” e conosco alla perfezione ogni singolo dettaglio dei “perché” dietro alla mancata richiesta di un congedo “extra” di paternità (che nei paesi più moderni non è “extra”).

Pressione sociale, paura del giudizio, timore di perdere la “pole”, terrore di lasciare una posizione guadagnata in anni a suon di “sangue, sudore e lacrime”, certezza di essere tagliati fuori se si esce dal seminato per investire nella propria famiglia.

Ne ho visti troppi sacrificati sotto questo altare e tanti “walking dead” che pensano (come pensavo io), che non fermarsi sia l’unica alternativa possibile (salvo poi pentirsi amaramente dopo aver realizzato che nella “società della performance” si è un numero o un ingranaggio sostituibile in qualsiasi momento).

Riusciremo a cambiare soltanto quando capiremo a fondo che essere sempre disponibili, lavorare h24, non concedersi un attimo di pausa (neanche per le cose importanti come un figlio), non solo non è produttivo… ma non è sano e non genera nè professionisti nè società migliori.

Cambieremo quando saremo in grado di co-costruire culture migliori in cui i congedi o la maternità saranno visti come parte del viaggio e non come una deviazione pericolosa per un (legittimo) sviluppo professionale o di carriera.

È un percorso lungo, frutto di semi che stiamo cominciando a piantare solo ora.

Ps: in Svezia, ogni famiglia ha 480 giorni di congedo per ogni figlio (con 390 giorni pagati all’80%)… e prendersi del tempo per crescere il “futuro della nostra società”, è considerato “normale”.

Si parla tanto di “gender gap” ma abbiamo un problema culturale molto più profondo…

…che è quello di aver impostato “società delle performance” in cui non c’è spazio per fermarsi.

Sono stato un “workaholic” e conosco alla perfezione ogni singolo dettaglio dei “perché” dietro alla mancata richiesta di un congedo “extra” di paternità (che nei paesi più moderni non è “extra”).

Pressione sociale, paura del giudizio, timore di perdere la “pole”, terrore di lasciare una posizione guadagnata in anni a suon di “sangue, sudore e lacrime”, certezza di essere tagliati fuori se si esce dal seminato per investire nella propria famiglia.

Ne ho visti troppi sacrificati sotto questo altare e tanti “walking dead” che pensano (come pensavo io), che non fermarsi sia l’unica alternativa possibile (salvo poi pentirsi amaramente dopo aver realizzato che nella “società della performance” si è un numero o un ingranaggio sostituibile in qualsiasi momento).

Riusciremo a cambiare soltanto quando capiremo a fondo che essere sempre disponibili, lavorare h24, non concedersi un attimo di pausa (neanche per le cose importanti come un figlio), non solo non è produttivo… ma non è sano e non genera nè professionisti nè società migliori.

Cambieremo quando saremo in grado di co-costruire culture migliori in cui i congedi o la maternità saranno visti come parte del viaggio e non come una deviazione pericolosa per un (legittimo) sviluppo professionale o di carriera.

È un percorso lungo, frutto di semi che stiamo cominciando a piantare solo ora.

Ps: in Svezia, ogni famiglia ha 480 giorni di congedo per ogni figlio (con 390 giorni pagati all’80%)… e prendersi del tempo per crescere il “futuro della nostra società”, è considerato “normale”.

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