La generazione ansiosa (#42-2025)
Dall’avvento dei social c’è stata una escalation costante per accaparrarsi l’attenzione di milioni di utenze perché questo consentiva di reperire dati e incassare dagli annunci pubblicitari.
La chiamano “l’economia dell’attenzione” e si basa sul fatto che essendocene una quantità limitata, le piattaforme fanno a gara per prenderne sempre di più sfruttando una serie di vulnerabilità psicologiche che sono radicate nei nostri bisogni più basilari.
La questione si sposta quindi su quanto più i social sono in grado di fare leva sui nostri istinti primari diventando una gara al “ribasso” del tronco celebrale…
Si inizia in piccolo impostando app che introducono piccole ricompense: si trascina il dito verso la parte bassa dello schermo e si ottengono nuove inedite informazioni in stile slot machine.
Poi si eliminano i segnali di interruzione creando uno “scroll infinito” in modo che la mente si dimentichi di fare qualcos’altro (entrando in un “buco nero” che sottrae tempo e, appunto, attenzione).
Infine si passa al coinvolgimento creando modi per spingere le persone alla condivisione, alla definizione della propria identità e all’ingresso nella ruota edonistica che ricerca costantemente l’attenzione altrui attraverso follower e like che alimentano una virtuale e insignificante “riprova sociale”.
Questo modello imprenditoriale aggancia tutti, offrendo facili sostituti della vita reale e contribuendo ad alimentare la crisi della salute mentale degli adolescenti (e anche la nostra).
La “generazione ansiosa” è un libro “necessario” per chiunque… con qualche soluzione intelligente per uscire da una dinamica pervasiva che ha cambiato radicalmente le nostre vite e quelle dei nostri figli da poco più di un decennio a questa parte.