Se sbagliamo ci sarà un perchè (#38/2025)

La paura dell’errore è radicata nella mente umana da secoli: un tempo aveva ragioni antropologiche, psicologiche e sociologiche legate alla sopravvivenza.

Sbagliare nel riconoscere un rumore fuori dalla caverna poteva significare la morte; oggi, invece, quell’istinto si rivela spesso disfunzionale.

Blocca i processi di miglioramento, frena la sperimentazione, ostacola l’iniziativa.

L’autore di questo saggio invita a cambiare radicalmente prospettiva: l’errore non è un fallimento da nascondere o da evitare, ma una risorsa preziosa per crescere e migliorare, a livello individuale e collettivo.

Per argomentarlo, porta esempi tratti dalla medicina, dall’aviazione, dallo sport e dal business facendo emergere le figure dei “black box thinkers”: persone e organizzazioni che, invece di negare o minimizzare i fallimenti, li registrano in una sorta di “scatola nera” da cui attingere per imparare.

Syed introduce anche il concetto di guadagni marginali: piccoli miglioramenti costanti che, proprio come l’interesse composto in finanza, generano grandi risultati nel lungo periodo.

Sottolinea con chiarezza alcune contrapposizioni: un approccio negativo all’errore e uno capace di trasformarlo in apprendimento; una cultura della colpa (che cerca responsabili), e una dell’errore (che cerca soluzioni); un atteggiamento che nega i propri “angoli ciechi” (bias cognitivi) e uno che propende consapevolmente verso un approccio più “dinamico”; un bisogno di apparire infallibili e uno di ricerca consapevole per sfruttare il fallimento come strumento di crescita.

Il testo non è particolarmente originale per chi conosce già tecniche evolutive, teorie sul mindset e modelli di apprendimento continuo, tuttavia resta interessante per chi muove i primi passi in questi ambiti: un’introduzione chiara, ricca di esempi pratici e facilmente applicabile in contesti diversi.

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